Al Jazair, le dinamiche sociali nel dramma algerino
Supplemento alla rivista SUD, edita dal CISS, 1999. Pagine 44.
Il testo della presente pubblicazione, nonché la scelta e le traduzioni dal francese e dall'inglese dei brani citati sono stati curati da Alberto Sciortino.
La grafica è di Gianfranco Modica.
Cooperazione Internazionale Sud Sud è un'organizzazione non governativa che cura progetti di sviluppo in numerosi paesi del mondo.
PREMESSA
Questa pubblicazione è un tentativo di capire e ricercare gli elementi di base per una spiegazione di quanto - ormai da troppo tempo - sta avvenendo in Algeria. Dalla nascita dei movimenti islamisti, e dal vero e proprio colpo di stato del 1992, ancora oggi gli atti di violenza si perpetuano con ferocia crescente, nonostante l’annuncio ufficiale di cessazione della lotta armata fatta dal principale movimento islamista.
Vi sono vari approcci al problema Algeria. Noi abbiamo scelto di cercare le spiegazioni nelle dinamiche sociali interne al paese, dall’epoca coloniale all’indipendenza, e soprattutto negli ultimi decenni.
E’ per questa scelta che - dopo una breve introduzione storica - questa pubblicazione si compone essenzialmente di due parti.
Nella prima, gli avvenimenti politici e sociali degli ultimi decenni sono alternati a brani di analisi compiuta su quegli avvenimenti. Nella seconda si presentano più nel dettaglio i dati economici, le politiche economiche e le loro conseguenze sociali, nelle quali si pensa di poter rintracciare la vera chiave di lettura degli avvenimenti. A queste due parti principali sono stati aggiunti solo pochi altri dati, per fornire un quadro il più possibile completo, pur nella sua brevità, della realtà algerina di oggi, con un particolare risalto alla questione della libertà di stampa e di espressione.
Da questo quadro restano fuori naturalmente numerosi elementi. I principali sono quelli legati alla “politica estera”. Da un lato infatti non vi è stato spazio per ripercorrere il ruolo che pure l’Algeria ha avuto a livello internazionale, nell'evoluzione del movimento dei paesi non allineati, e nella funzione di guida che spesso ha assunto verso i paesi del “sud” del mondo sulle questioni dello sviluppo e della lotta alle nuove forme di colonialismo. Tuttavia è un aspetto da tener presente, se si vuole avere la misura completa dell’impatto - anche internazionale - del dramma algerino.
Dall’altro non si sono trattate le - pur importanti - derivazioni internazionali del movimento radicale islamista. E’ stato spesso sottolineato come alle radici di questo movimento vi siano stati - evidente il caso dell’Afghanistan dove gli islamisti sono stati armati e finanziati dagli USA in funzione antisovietica - anche sostegni attivi di paesi stranieri, che li hanno usati come strumenti della propria politica. D’altra parte è noto come molte delle “centrali” del terrorismo islamista si trovino in posti “insospettabili” come Londra, e come questi movimenti siano al centro di forti interessi nel campo dei traffici di armi che ben poco hanno a che fare con qualsiasi lettura del Corano. Tuttavia non crediamo che l’ampiezza e il radicamento che il movimento islamista ha raggiunto in molti paesi (dall’Indonesia agli stessi USA) possa essere spiegata solo ricorrendo alla semplificazione di occulti manovratori di fili, esterni alle dinamiche dei paesi interessati. Una simile lettura ridurrebbe la soluzione del problema ad una questione di rapporti internazionali e di ordine pubblico e/o interventi militari. Sarebbe solo un modo per nascondersi la vera natura del problema e giustificare ulteriori recrudescenze armate.
Nonostante queste lacune, e nella brevità del percorso qui presentato, riteniamo comunque di aver fornito alcuni elementi per riflettere senza schemi precostituiti. In una realtà fortemente polarizzata tra gli “opposti estremismi” del terrorismo e dell’esercito, forse, non sarebbe poco iniziare a ragionare in questo modo, come già stanno facendo già ampi settori della società algerina, non disposti a cadere nella trappola di una realtà descritta a senso unico e senza via d’uscita.
CRONOLOGIA
1830-1962: COLONIZZAZIONE francese. Esproprio terre. Ma si forma anche una classe di proprietari locali (collaboratori dei francesi). Monocoltura viticola (senza mercato interno).
RESISTENZA: richiamo all'arabo e all'Islam.
1926 Etoile Nord Africaine. Tra le correnti della resistenza, gli Ulema.
1942 sbarco alleato
1947 inizia resistenza "violenta"
1954 INIZIA LOTTA ARMATA DI LIBERAZIONE. FLN e ALN. Base sociale soprattutto rurale. Lotta per la terra. Centrale il ruolo delle donne.
(1956 nazionalizzazione Canale di Suez e reazione militare francese)
1957 battaglia di Algeri
(1958: indipendenza della Tunisia e del Marocco. In Francia governo De Gaulle)
1960-1 manifestazioni di piazza
1962 ACCORDI DI EVIAN: INDIPENDENZA
le compagnie petrolifere francesi mantengono le concessioni. Gli esperimenti nucleari francesi nel Sahara continuano fino al 1967.
Gli europei fuggono abbandonando le terre.
FLN partito unico (antimperialista, socialista. Movimento dei non allineati)
(Fase della decolonizzazione africana)
Programma di riforma agraria, nazionalizzazioni (tranne settore minerario) e industrializzazione forzata.
1963-65 Presidente Ben Bella, ma l'esercito è garante del potere. Riforma agraria solo sui beni abbandonati dai francesi.
Modello economico dell'autogestione e dell'economia centralizzata.
Formazione di una borghesia tecnocratica e burocratica acconto a quella dei proprietari terrieri.
1965 colpo di stato abbatte Ben Bella. PRESIDENZA BOUMEDIÈNE. Prevalenza del potere dell'esercito.
Politica sviluppista, basata sul "capitalismo di stato" e l'industria pesante. La nazionalizzazione dei minerali e del petrolio, nonché delle banche, deve fornire i capitali per lo sviluppo. Aumento del reddito e dell'istruzione, ma sviluppo di fatto di una monocoltura mineraria (petrolio e gas).
Politica di arabizzazione forzata.
Scarsa attenzione alle campagne e al fabbisogno alimentare.
1972 tentativo di limitare la proprietà privata della terra. Opposizione degli Ulema.
Approvvigionamento alimentare dipende sempre più dall'estero. Importazione di tecnologia.
Aumento del potere della tecno e burostruttura.
1974 la Costituzione afferma i diritti delle donne.
1978 morte di Boumediène.
1979 PRESIDENZA BENDJEDID.
Dopo l'aumento nel 1973 e nel 1979, calo drastico dei prezzi del petrolio. Agitazioni per il pane. Crescente liberalizzazione degli scambi commerciali con l'estero (specie con CEE e USA).
1980 sollevazione popolare in Cabilia
1982 affrontamenti tra islamisti e modernisti.
1984 Nuovo codice della famiglia limita fortemente i diritti femminili.
1985 rivolta per l'acqua e i prezzi nella Casbah di Algeri
Iniziano le privatizzazioni, anche della terra. Industrie vendute anche a stranieri. Ideologia liberista.
Caduta prezzi petrolio. Crescita debito estero.
L'opposizione inizia ad esprimersi con l'integralismo.
1987 restituite le terre ai proprietari espropriati nel 1972. Tagli ai salari e ai sussidi. Liberalizzazione dei prezzi.
1988 rivolte di piazza. Intervento violento dell'esercito.
1989 multipartitismo. Accordo con FMI su debito e aggiustamento.
Nuova costituzione non contempla più i diritti delle donne.
1990 elezioni amministrative. Affermazione del FIS.
1991 primo turno delle elezioni politiche. Il FIS, sia pure in calo, vince di nuovo.
1992 blocco secondo turno elezioni da parte dell'esercito.
Boudiaf, presidente provvisorio, viene assassinato.
Inizia il terrorismo. FIS fuorilegge. AIS e gruppi armati autonomi. Il terrorismo non tocca le strutture per gli idrocarburi, la cui produzione futura è già impegnata per pagare il debito.
1994 PRESIDENZA LIAMINE ZEROUAL. Liberalizzazione prezzi. Svalutazione. Secondo accordo con il FMI.
1996 Revisione costituzionale con referendum: vietati i partiti religiosi.
1997 elezioni vinte dal partito al potere (RND) del presidente. Si affermano gli islamisti "moderati".
1999 15 aprile elezioni presidenziali.
SCHEDA STORICA
Nel XIV secolo il Maghreb è diviso fra tre dinastie berbere: i Merinidi a Fes, gli Abdelwadidi a Tlemcen e gli Hafsidi a Tunisi. Dalla fine del XV secolo gli spagnoli, che hanno riconquistato l'Andalusia araba, occupano diversi porti della costa algerina (Orano, Mers el-Kebir, Béjaia). Gli Abdelwadidi accettano il protettorato spagnolo. Ma le città portuali vivono essenzialmente di pirateria. Gli spagnoli assediano Algeri nel 1518, ma sono respinti dall'intervento turco. Deposti gli Abdelwadidi, i turchi insediano un loro rappresentante ad Algeri, che gode di notevole autonomia di fatto. L'interno, il sud, la regione di Costantina e la Cabilia, utilizzate per la raccolta delle imposte, sfuggono spesso al potere di Algeri.
Il prezzo pagato dagli europei per difendersi dalla guerra corsara algerina conduce all'intervento militare degli USA nel 1815 e della flotta anglo-olandese l'anno successivo.
Nel 1831, a seguito di pretesti, la Francia di Carlo X occupa Algeri e parte del paese. La resistenza si organizza soprattutto nella regione di Orano attorno all'emiro Abd el-Kader, che viene definitivamente sconfitto nel 1847, mentre le resistenza cessa del tutto solo 10 anni dopo, con la conquista francese del sud e della Cabilia.
La colonizzazione francese si caratterizza soprattutto per l'esproprio delle terre e per lo sforzo di insediamento effettivo di contadini francesi. La principali coltivazioni impiantate sono la vigna e gli agrumi, destinati esclusivamente al mercato francese, mentre vengono drasticamente ridotte le produzioni per il consumo interno, con un processo che peserà lungamente sul fabbisogno alimentare del paese. Beneficiari della proprietà delle terre espropriate sono soprattutto i francesi, ma anche alcuni gruppi di algerini legati alla struttura amministrativa francese. Dal 1848 l'Algeria entra a far parte della Francia e viene divisa in 3 dipartimenti.
La resistenza esplicita ricomincia nel 1954 con la creazione del comitato che darà vita al Fronte di Liberazione Nazionale di Ahmed Ben Bella, Hocine Ait Ahmed e Mohammed Khider. Dopo una guerra condotta con ferocia dall'esercito francese e dall'OAS, l'organizzazione segreta dei coloni francesi, gli accordi di Evian del 1962 consentono lo svolgimento di un referendum, in cui la maggioranza sceglie l'indipendenza. Nel solo 1962 oltre un milione di francesi lascia il paese.
L’ALGERIA INDIPENDENTE
Con la vittoria, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) diventa partito unico al potere, anche se con tendenze differenti e spesso in contrato al suo interno e conduce, sotto la presidenza di Ben Bella, una politica di sviluppo di tipo socialista, anche se formalmente rispettosa dei principi religiosi islamici. Le tendenze islamiche conservatrici sono rappresentate all'interno del gruppo dirigente e viene loro confidata la conduzione di alcuni ministeri, tra cui l'educazione. Con un colpo di mano maturato all’interno del “palazzo”, Ben Bella viene deposto nel 1965 e sostituito dal colonnello Houari Boumedienne. Il modello di sviluppo punta più decisamente sulla riforma agraria e sull’industrializzazione pesante, sostenuta dalla rendita ricavata dall’esportazione di idrocarburi. Molte imprese vengono nazionalizzate. Uno dei principali oggetti di polemica di quegli anni è l'applicazione della riforma agraria anche alle terre di proprietà di algerini e non solo su quelle abbandonate dai francesi. Un tentativo di collettivizzazione della proprietà terriera algerina viene compiuto nel 1972, nonostante l'opposizione condotta soprattutto dagli Ulama (i "saggi" dell'Islam). La creazione di grandi imprese statali e la pianificazione centralizzata conducono alla nascita di un ampio ceto burocratico, che diviene un'altra delle componenti del gruppo dirigente algerino.
Nella seconda metà degli anni settanta l'economia algerina inizia a dare segni di difficoltà, tanto a causa della riduzione delle entrate ricavate dalle esportazioni di idrocarburi, quanto del costo dell'approvvigionamento alimentare, che non è stato risolto dalla politica agraria, di fatto trascurata a fronte dell'industrializzazione e a causa della resistenza dei proprietari.
Dopo la morte di Boumedienne, viene eletto (1979) un altro militare, il colonnello Chadli Bendjedid, con il quale i principi dello sviluppo controllato dallo Stato, già rimessi in discussione durante la seconda parte della presidenza Boumedienne, vengono definitivamente accantonati per iniziare a perseguire l’apertura all’economia di mercato di tipo occidentale. La svolta, avvenuta in un periodo in cui il calo dei prezzi internazionali degli idrocarburi riduce le entrate dello Stato e quindi la sua capacità di acquisire consenso tra la popolazione, non risolve - ma semmai aggrava - le condizioni di vasti ceti popolari: le imprese statali vengono ridimensionate (creando disoccupazione), l’agricoltura viene riprivatizzata, vengono restituite ai proprietari algerini le terre confiscate nel 1972, le risorse per i servizi diminuiscono. A questa svolta liberista non corrisponde un’analoga svolta di liberalizzazione politica. Bendjedid viene rieletto nel 1984 per cinque anni con il 95% dei voti. Ma il malcontento di vasti strati popolari per il peggioramento delle condizioni di vita inizia ad esprimersi nel rifiuto degli influssi culturali occidentali, tanti socialisti quanto liberisti, e nel crescente seguito che ottiene la propaganda degli islamisti.
Da G. Calchi Novati, Storia dell’Algeria indipendente. Dalla guerra di liberazione al fondamentalismo islamico, Milano 1998, pag. 261 e pag. 266-7:
Stando al progetto ufficiale, l’industrializzazione e il socialismo avrebbero dovuto rendere obsoleta e anacronistica l’influenza degli ulema, e invece questi, dai ministeri che erano stati consegnati loro per diritto o per convenienza (l’Educazione nazionale, la Giustizia e soprattutto gli Affari religiosi), ricostruirono una propria base di potere, così che, quando lo sviluppo della società progredita e integrata che aveva in mente il FLN si rivelò una chimera e le aspettative di intere generazioni furono tradite, il “nazionalismo culturale” apparve come lo sbocco obbligato e il neofondamentalismo contestatario prese il posto del fondamentalismo di Stato sfruttando lo scontento popolare. Man mano che il dibattito sulla stampa e nel paese fu liberalizzato, e tanto più dopo che gli ideali socialisti e rivoluzionari incominciarono a essere rinnegati dal partito e dal governo, le puntate contro la penetrazione “imperial comunista” si moltiplicarono, ma ormai era tardi per recuperare l’Islam ai fini di conservazione del potere.
I fedeli hanno aggirato il monopolio della religione da parte del regime del FLN edificando le proprie moschee, dette “anarchiche”, spuntate a migliaia in tutto il paese fra il 1970 e il 1988, e in questi luoghi di culto, di riunione e di assistenza, dove, per scelta o per ritegno, non arrivavano gli interdetti del partito unico e dell’esercito, avrebbe messo radici il movimento che si chiamerà integralista o fondamentalista esautorando le sedi politiche deputate, prive del resto di ogni potere effettivo. Senza troppe sottigliezze, nelle prediche del venerdì o nelle cassette che venivano incise nelle moschee tutti i mali, dalle ineguaglianze sociali alla corruzione all’invadenza culturale dell’occidente, venivano imputate ad uno Stato che aveva dato troppo credito a ideologie straniere a detrimento dell’Islam e dei valori musulmani. La protesta si condensa in una rivendicazione eminentemente culturale sconfinando nell’utopia. Il concetto principale su cui si batteva la propaganda religiosa era che la rivoluzione algerina, originariamente araba e musulmana, era stata confiscata dopo l’indipendenza da un apparato di potere usurpatore, succube a ideologie estranee alla storia dell’Algeria e del mondo arabo come il comunismo, e che la sola via d’uscita era di ritornare pienamente e integralmente a quello stesso Islam che aveva già vinto la Francia.
Convinti di rappresentare una forza di cambiamento e rinnovamento, gli integralisti non si lasciarono rinchiudere nei limiti angusti di una politica conservatrice. Ad ogni insuccesso del governo faceva riscontro una maggiore diffusione dell’islamismo politico fra strati sociali e generazionali frustrati dal modo con cui procedeva lo sviluppo, attirando sia i reietti di un sistema sociale gerarchizzato sia gli esponenti della borghesia più ostili al socialismo. Le masse che aderiscono al messaggio dell’islamismo provengono per lo più dalle città, adepti e militanti reclutati soprattutto fra i milioni di nuovi urbanizzati, ex rurali che abitano a cavallo fra città e campagna e i rispettivi modi di vita: è la città il luogo dove si manifestano più immediatamente gli effetti destabilizzanti del sottosviluppo e di una modernizzazione a senso unico non pienamente padroneggiata, mentre le campagne restano in maggioranza fedeli all’Islam marabutico. L’ipotesi “neo-comunitaria”, come modalità d’accesso alla modernità, traduce la volontà degli esclusi di appropriarsi collettivamente ed individualmente dei frutti irraggiungibili della modernità urbana: servendosi di nuove forme di identificazione (la barba e i vestiti tradizionali, gli altoparlanti che trasmettono la preghiera o gli slogan), inventando un’apposita subcultura contestataria, il FIS [Fronte Islamico di Salvezza] restituisce alla città “musulmana” la sua centralità e conferisce alla città nel suo insieme la funzione integratrice di cui lo Stato l’aveva privata facendone un simbolo di dominazione e alienazione. L’insediamento nelle periferie delle città garantisce agli islamisti una rappresentanza sociale che dà verosimiglianza al linguaggio populista di cui fanno sfoggio, dimostrando solidarietà e chiedendo giustizia per i più poveri, senza perdere tuttavia i contatti con il mondo del commercio e della scuola. Molti consensi venivano di sicuro al FIS da quegli arabofoni che si erano scontrati con la perdurante discriminazione a favore dei francofoni o bilingui nei posti di maggiore responsabilità e meglio retribuiti dell’amministrazione e dell’industria tecnologicamente più avanzata dando la misura del sostanziale fallimento dell’arabizzazione: se anche il sogno islamista non avesse risolto i problemi dell’esclusione economica, i reietti almeno non avrebbero sofferto più dell’esclusione politica e culturale.
Quale che sia il ceppo sociale delle famiglie di appartenenza, i quadri islamisti sono assimilabili, per l’educazione ricevuta e gli impieghi detenuti o ricercati, a un ceto medio uscito dai settori modernisti della società. Mentre in Iran il fondamentalismo poté valersi dell’appoggio di una forza sociale compatta e visibile come il bazar, che alla fine determinò il crollo verticale del regime dello scià, in Algeria il movimento islamico, e per esso il FIS, più popolare fra i lumpen di diversa specie che fra i garantiti, non aveva dietro di sé né un’élite emergente né un’insieme di interessi e valori consolidati in cerca di una nuova rappresentanza, ma piuttosto una somma di forze eterogenee, prive di epicentro, e non riuscì a far breccia in quella coalizione disorganica di intellettuali e professionisti che prese la testa della resistenza “antintegralista”, mentre l’esercito divenne il suo nemico principale e dichiarato mettendosi sulla sua strada con tutti i mezzi leciti e illeciti.
Per compiacere le tendenze islamiste viene introdotto nel 1984 un nuovo codice della famiglia che restringe notevolmente i diritti della donna.
Da Donne del Maghreb, a cura di Mirella Cassarino, pubblicazione CISS, Palermo 1996, pag. 13-14:
In materia di matrimonio il nuovo codice è del tutto conforme alla sharìa. … Il nuovo Codice, conformemente alla legge islamica, consente la poligamia. L'articolo 8 recita infatti : "E' possibile contrarre matrimonio con più di una donna nei limiti consentiti dalla sharìa islamica se se ne giustifica il motivo, nelle condizioni e nelle intenzioni di equità e dopo aver informato preventivamente le precedenti e future spose". L'articolo 30 vieta per esempio che l'uomo abbia come mogli due sorelle contemporaneamente, oppure che sposi una zia di una delle mogli, paterna o materna che sia.
…
Il matrimonio si svolge alla presenza di un tutore e di due testimoni, necessariamente maschi, ed è concluso davanti ad un notaio o a un funzionario abilitato. Con la stipulazione del contratto matrimoniale i diritti e i doveri dei due sposi corrispondono a quelli previsti dal diritto musulmano classico. Il mantenimento della moglie e dei figli spetta al capo famiglia. In caso di incapacità del padre, il mantenimento dei figli spetta alla madre nella misura delle sue possibilità. La moglie, è previsto, dispone dei suoi beni in assoluta libertà e può far visita ai parenti e riceverli quando vuole. Deve al marito obbedienza e ha il dovere di allattare i figli e di rispettare i parenti del coniuge. …
Il matrimonio è sciolto per decesso di uno dei coniugi o per divorzio. Quest'ultimo può essere consensuale, oppure avvenire dietro richiesta dello sposo (ripudio unilaterale conforme alle disposizioni del diritto musulmano classico), o dietro richiesta della sposa se sussistono seri e gravi motivi di mancanza da parte del coniuge. Il divorzio non può essere stabilito se non dopo un tentativo di conciliazione.
A seguito dell’aggravarsi delle condizioni sociali lo scontento inizia ed esprimersi nella seconda metà degli anni ottanta in manifestazioni pubbliche, per il lavoro, per l'acqua, contro gli aumenti dei prezzi. Gravi incidenti di piazza si svolgono nel 1988, e vengono repressi con l’intervento dell’esercito. Negli stessi anni imponenti manifestazioni oppongono gli islamisti alla parte "modernista" della società, rappresentata spesso dalle donne.
Da Ignacio Ramonet, La révolte d'une génération sacrifiée, in Le Monde Diplomatique, Novembre 1988:
Dopo la sua lunga guerra contro la Francia, l'Algeria aveva voluto proporre al terzo mondo il suo modello di sviluppo fondato sulla non-dipendenza e su un'economia autocemtrata. Grazie alla rendita petrolifera, intraprese dal 1962 una industrializzazione fortemente volontarista e una riforma agraria di grande ampiezza, incoraggiò la crescita demografica al fine, indibbiamente, di compensare l'eccesso di mortalità del periodo coloniale, ma anche a causa delle rivalità regionali, in particolare con il Marocco. Il giovane stato, di vocazione laica, fece prova dello stesso volontarismo nella sfera culturale. Trascurando la realtà cabila, iniziò ad arabizzare la popolazione a marce forzate, senza islamizzarla. Per vent'anni si convertì in un alveare, dappertutto cantieri, grandi lavori che assicuravano il pieno impiego. La scolarizzazione fu massiccia e generalizzata.
A lungo questo modello di "socialismo all'algerina" fu invidiato dai cittadini dei due stati vicini. Soprattutto i più umili, vittime di un regime semifeudale in Marocco e vessati dal paternalismo bourghibista in Tunisia. L'Algeria pretese d'essere "il frutto pregiato del Maghreb" e aspirava naturalmente, in ragione della sua ricchezza e della sua potenza, a prendere la testa del futuro Maghreb unito. (…)
L'improvviso impoverimento sorprende l'Algeria in pieno slancio di sviluppo. Tutti gli allarmi presero a lampeggiare simultaneamente. Il calo delle rendite petrolifere impose riduzioni draconiane delle importazioni. Senza pezzi di ricambio numerose fabbriche iniziarono a girare al rallentatore, altre rimasero incompiute, centinaia di progetti furono abbandonati. Le fonti d'impiego si esaurirono, mentre le numerose università - orgoglio del regime - riversavano ogni anno decine di migliaia di quadri, laureati, competenti, che dovettero contentarsi - nel migliore dei casi - di impieghi di fortuna. Il malessere sociale comincia. Il paese deve ricorrere alle importazioni per l'80% dei suoi bisogni alimentari e, contrariamente al Marocco e alla Tunisia, ha trascurato di sviluppare la sua agricoltura. "L'Algeria del 1988 non produce più - piuttosto a volte meno - alimenti di quella del 1962", constata René Dumont.
Anche lì, la limitazione delle importazioni condurrà a gravi conseguenze. La penuria di prodotti di consumo (carne, olio, zucchero, pomodori, semola, uova…) già frequente diventa cronica. Una rete di intermediari - mal tollerati dalla popolazione - si sviluppa e perpetua, a volte artificialmente, la penuria.
Il mercato nero, l'arte di arrangiarsi, la corruzione, la distrazione di beni dello Stato si generalizzano. La società si blocca e il malcontento si diffonde. Gli emigrati algerini in Europa cessano d'inviare il loro risparmio attraverso i canali bancari, e si abbandonano a un massiccio baratto che fa perdere allo Stato circa 2 miliardi di dollari l'anno. (…)
Il modello di sviluppo scelta dall'Algeria è fallito. Come hanno fallito allo stesso modo i modelli liberali adottati dalla Tunisia e dal Marocco, paesi cullati dagli organismi finanziari internazionali e regolarmente scossi da moti popolari, anch'essi soffocati nel sangue. Il colpo di stato del generale Bel Ali, nel novembre 1987, testimonia di questo scacco in Tunisia dove ci si sforza di democratizzare la vita politica senza rimettere in causa la scelta in favore del liberalismo economico.
L'Algeria, come altri paesi del terzo mondo, aveva scelto, per svilupparsi, di equipaggiarsi in industria pesante e di creare un'importante classe operaia sotto la direzione del partito unico, strutturato in maniera leninista. Questo modello di industrializzazione molto costoso è in crisi a causa del calo della rendita petrolifera. Ma non solo. A causa delle grandi mutazioni tecnologiche, un tale progetto al giorno d'oggi non è più un fattore di modernizzazione. Piuttosto il contrario.
L'Algeria, pesantemente indebitata, deve orientarsi verso una ristrutturazione industriale anche se la sua industrializzazione non è completa. E senza perdere tempo, poiché ogni ritardo aggraverebbe la nuova dipendenza nei riguardi dei grandi poli modernizzatori e fornitori di attrezzature informatiche ed elettroniche.
A seguito dei cambiamenti intervenuti nella struttura sociale del paese e della sua propria crisi di rappresentanza, il FLN, con la nuova costituzione del 1989, inizia a riconoscere il multipartitismo. Le prime elezioni a cui partecipano diversi partiti sono le amministrative del 1990, che si concludono con una netta affermazione del FIS, il Fronte Islamico di Salute, soprattutto nelle aree urbane e nelle zone settentrionali a maggiore densità di popolazione, e del RCD (Rassemblement pour la culture et la démocratie) in Cabilia (a maggioranza berbera), mentre il FLN resta maggioritario solo nel sud meno popolato.
ELEZIONI COMUNALI DEL GIUGNO 1990
Iscritti 12.841.769
Voti validi 7.984.788 (62,18%)
Partito voti %iscritti %voti
FIS 4.331.472 33,73 54,25
FLN 2.245.798 17,49 28,31
Indipendenti 931.278 7,25 11,66
RCD 166.104 1,29 2,08
Altri 310.136 2,41 3,88
Da Lahouari Addi, Vide du pouvoir et intolérance. Le choix des Algériens, in Le Monde Diplomatique, Juin 1990:
Coloro i quali hanno creduto all'immagine idilliaca di un FLN egemonico al centro di un sistema multipartitico non avevano calcolato sufficientemente il profondo malcontento esistente nel paese, alimentato dalle immense frustrazioni delle classi medie e dalle speranze deluse delle classi popolari delle città e delle campagne.
Questo malcontento spiega, nell'essenziale, lo spetacolare successo del FIS. Questa organizzazione si presenta come un vasto movimento socio religioso; esprime una protesta generale, un adesso basta, una delusione collettiva. E, in un certo modo, reincarna l'utopia solidarista, giustizialista, che il FLN è incapace di esprimere oggi. Il FIS non è un partito politico strutturato e disciplinato. "Il FIS - ha dichiarato il suo liber Abassi Madani - non è un fronte delle minoranze o delle élites. E' un fronte unitario per tutte le classi del paese. Il suo obiettivo principale è di rispondere ai loro bisogni e di risolvere la crisi economica, sociale e culturale." E' riuscito a coagulare tutti gli scontenti che hanno fretta di fare i conti con il governo, i quali hanno trovato nell'Islam un potente vettore di contestazione.
Al primo turno delle elezioni politiche del dicembre 1991, il FIS, per quanto in perdita di consensi rispetto alle amministrative precedenti, conquista 188 seggi su 231, mentre al secondo posto con 25 seggi si pone il FFS (Front des Forces Socialistes), che rappresenta l’opposizione più tollerata. Il FLN ottiene solo 15 seggi.
ELEZIONI POLITICHE DEL DICEMBRE 1991 (PRIMO TURNO)
Iscritti 13.258.554
Voti validi 6.897.719 (52,02%)
Partito voti %iscritti %voti seggi al 1°turno
FIS 3.260.222 24,54 47,27 188
FLN 1.612.947 12,17 23,38 16
FFS 510.661 3,85 7,40 25
Indipendenti 309.264 2,33 4,43 3
RCD 200.267 1,51 2,90 -
Altri 1.004.358 7,58 14,56 -
di cui: HAMAS 368.697 2,78 5,35 -
MNI 150.093 1,13 2,18 -
MDA 135.882 1,02 1,97 -
E' evidente che gli islamisti del FIS stanno per conquistare una maggioranza che consentirebbe loro non solo di governare, ma probabilmente anche di modificare la Costituzione. Ma prima che si possa svolgere il secondo turno, l’esercito depone Bendjedid, cancella la scadenza elettorale e mette fuori legge il FIS, arrestandone i leaders.
Da Addi Lahouari, Le sabre et la piété. Algérie: le dérapage, in Le Monde Diplomatique, Février 1992:
La decisione di bloccare la transizione democratica tra due turni di un'elezione favorevole a un partito d'opposizione è, da un punto di vista della forma, più che un colpo di Stato, un errore politico che ridà di colpo credibilità al discorso del FIS. Questo intervento, in questa tappa della democratizzazione, rende handicappati e politicamente deboli i democratici nella loro opposizione al FIS. In effetti, il discorso di questi ultimi, basato sulla fede religiosa, è coerente e circolare, ma il suo grande punto debole è precisamente la sua posizione sulla democrazia e i diritti umani. L'annullamento delle elezioni e la repressione che è seguita presenteranno il FIS come martire della democrazia e del suffragio universale, il che è il colmo.
Da questo punto di vista, l'intervento militare è almeno tanto catastrofico per la democrazia quanto lo sarebbe stata la presa del potere da parte degli islamisti. L'intervento dell'esercito era prevedibile, ma la scelta del momento aveva una grande importanza strategica. Non sarebbe stato meglio attendere che il FIS, una volta nella stanza dei bottoni, si rivelasse incapace di dirigere lo Stato? I militari hanno preferito agire prima del secondo turno, valutando che il costo politico (e senza dubbio umano) dell'intervento, una volta il FIS al potere, sarebbe stato ben più elevato. (…)
L'arrivo del FIS al potere comportava rischi politici importanti, ma sarebbe stato anche, per la società algerina, un investimento a lungo termine. Dire questo non è scegliere la politica del tanto peggio. Al contrario. Nel concreto gli islamisti si sarebbero molto probabilmente consumati e avrebbero perduto, nel giro di un anno, la loro credibilità dop aver aggravato l'anomia sociale e affondato ancora di più l'economia nel marasma. Avrebbero deluso abbastanza presto i loro elettori perché, da un lato, non avrebbero avuto i mezzi per realizzare le loro promesse elettorali e dall'altra, avrebbero provocato una situazione d'instabilità politica cronica.
Tra il 1992 e il 1997 il paese viene retto di fatto dai militari, in un clima di crescente violenza, che si accentua ulteriormente dopo il voto del 1997. Secondo alcune stime, tra il 1992 e il 1997 sarebbero state uccise 60.000 - 100.000 persone.
Da Ignacio Ramonet, Violence politique, désastre économique. L'algérie à la dérive, in Le Monde Diplomatique, Juillet 1992:
La pacificazione politica passa attraverso la creazione di 200.000 impieghi l'anno e attraverso la costruzione ogni anno di 300.000 alloggi. Ora, il solo servizio del debito estero (25 miliardi di dollari) rappresenta l'80% del ricavato delle esportazioni. Algeri non ha neppure di cosa acquistare l'indispensabile per vivere (l'essenziale delle derrate alimentari è importato) e per produrre. L'istabilità mantenuta dalla violenza politica non favorisce l'arrivo di investitori stranieri malgrado le leggi di liberalizzazione dell'economia. E non si può dire che l'Europa si sia mobilitata per correre in aiuto.
La politica economica dei governi sostenuti dai militari accentua i suoi caratteri liberisti (con la parziale eccezione del governo di Belaid Abdessalam nel 1992-3). Nel 1994 una nuova legge incentiva gli investimenti stranieri.
In tutto il periodo dalla seconda metà degli anni '80 in poi, un ruolo centrale occupano le lotte delle donne: contro il Codice di Famiglia, contro il carovita, contro (e pro) gli islamisti.
Da Salima Ghezali, Les femmes acteurs politiques?, in AAVV Le drame algérien, 1995, pag. 165.
Quando le donne, nella loro incredibile diversità, hanno occupato in prima persona, o con l'appoggio dei partiti politici cui erano vicine, la scena politica, il potere è rimasto spettatore del loro confronto con gli islamisti più violenti (…).
Quando le donne hanno preso liberamente la parola, lo hanno fatto in un momento in cui tutta la società scopriva con delizia e in un disordine perfettamente comprensibile la presa della parola. Lo prova l'incredibile diversità delle forme dell'espressione femminile tra il 1988 e il 1991. Dopo di allora c'è stato il ritorno alla parola unica, che si può spacciare per "liberatrice", ma vi sono delle buone ragioni per essere scettici. La parola sulle donne, oggi, passa esclusivamente attraverso la messa in scena dei corpi: brutalità fisiche, violenze, omicidi attribuibili ai gruppi armati. Persino quando quelle che prendono la parola sono delle donne che hanno partecipato da vicino o da lontano alla lotta femminista, fuoriescono raramente dal canovaccio della propaganda antislamista elaborato all'indomani del blocco delle elezioni di gennaio.
Questo "avvolgimento" della questione femminile in Algeria non è una cosa nuova. Dalle "piazzatrici di bombe" della Guerra di'indipendenza nazionale alle sgozzate di quest'altra guerra d'Algeria, il discorso sulle donne è sempre associato alla violenza fisica e alla guerra. E a ragione. Questo "avvolgimento" in una problamatica dove i corpi solamente sono messi avanti permette d'evitare la questione democratica e dell'accesso al potere. Questi corpi non hanno altra funzione che respingere un corpo estraneo: colonialismo o integralismo.
La sostituzione di un sistema oppressivo con un nuovo ordine democratico è rinviato a più tardi. In questo contesto, e al di fuori del breve periodo tra il 1988 e il 1991, che vide affiorare in superficie gruppi di donne che difendevano esclusivamente i loro diritti giuridici e politici, l'accostamento politica-donne si fa a svantaggio di queste ultime.
Nel 1994 i militari designano alla presidenza l’ex generale Liamine Zeroual, confermato poi dalle elezioni presidenziali nel novembre 1995 per cinque anni. Nel 1996 una revisione costituzionale approvata per referendum vieta la propaganda a partiti su base religiosa.
Da Ignacio Ramonet, Algérie martyre, in Le Monde Diplomatique, Décembre 1996:
Il referendum del 28 novembre scorso in Algeria costituisce una sorta di secondo colpo di Stato. (…)
Il potere e le prerogative del presidente saranno aumentati facendo di lui, secondo alcuni giuristi, un vero e proprio "imperatore repubblicano". Sarà creata una Camera alta i cui membri saranno designati, direttamente o indirettamente, da Liamine Zeroual, e il cui obiettivo è di controllare la futura Assemblea Nazionale; i deputati di quest'ultima saranno eletti, in linea di principio, con uno scrutinio che dovrebbe aver luogo tra aprile e giugno del 1997 (il mandato dell'attuale Consiglio nazionale di Transizione, istanza non eletta facente funzioni d'Assemblea, viene a scadere nel marzo 1997). L'Islam è dichiarata "religione di Stato", ma i partiti politici non potranno richiamarsi esplicitamente alla religione; questo permette di escludere il FIS, ma dispiace alle due formazioni islamiche moderate, alleate del potere, Hamas e Ennahda, che dovranno modificare il loro statuto prima delle prossime legislative. Infine, ormai l'arabo è la sola lingua nazionale, il tamazight (berbero) non avrà lo stesso statuto.
Le elezioni politiche del giugno 1997, cui hanno partecipato 39 partiti, danno nuovamente vita a un parlamento formalmente pluralista. Ne esce vittorioso il nuovo partito di potere, sostenuto dal Presidente, il Rassemblement national démocratique (RND) con il 46,5% e 155 seggi. Il FLN raccoglie il 14,2 e 64 seggi. Al secondo posto si piazza l’HMI (Harakat Moushtama Issilim - Movimento Islamico per una società pacifica), già noto come Hamas, un movimento islamico nonviolento, con il 14,8%. Insieme all’altro movimento islamico Ennahda, l’HMI conquista 103 seggi. Molti dubbi però permangono sulla regolarità di queste elezioni: un rapporto dell’ONU ha concluso che le elezioni non hanno offerto “sufficienti garanzie per neutralità e trasparenza”, ma non è riuscito a dimostrare brogli. Il FIS aveva fatto appello al boicottaggio.
RISULTATI DELLE ELEZIONI PARLAMENTARI DEL GIUGNO 1997
Partito seggi %
RND 155 46,5
HMI 69 14,8
FLN 64 14,2
ENNADHA 34 8,3
FFS 19 4,8
RCD 19 4,0
INDIPENDENTI 11 4,2
PT (Trotkisti) 4 1,8
ALTRI 5 1,4
Da Eclissi di Mezzaluna. Il dramma algerino, a cura di Radhouan Ben Amara e Gianni Marilotti, Cagliari, 1997, pag.47.
Che piaccia o no, nonostante quanto successo in questi sei anni una buona parte della popolazione algerina continua a riconoscersi nell’islamismo come dimostrano le elezioni che hanno premiato il partito ex-Hamas, cioè il più vicino agli elettori del FIS, con tre milioni di voti che, tra l’altro, secondo il lro eader Nahnah sarebbero stati di più senza le irregolarità denunciate da più parti. Le proteste politiche degli islamisti, giuste o sbagliate che siano, trovano ancor oggi un largo consenso popolare perché fanno presa su situazioni di degrado sociale e di insofferenza verso un potere politico giudicato troppo subalterno e funzionale agli ineressi dell’Occidente. Senza un reale rinnovamento delle istituzioni e la messa in discussione di questi santuari del potere e delle satrapie di regime che fanno della corruzione il metodo corrente dell’esercizio del proprio potere non sarà possibile avviare un vero processo di riforma della vita politica e sociale del paese. I gruppi radicali fanno leva proprio su questi diffusi sentimenti di avversione verso un potere che troppe volte ha dato prova di essere ontano dai reali bisogni del popolo, anche quando ha assunto atteggiamenti populistici e di difesa dell’interesse nazionale.
Dalle elezioni è sorta una coalizione di governo, tra RND, FLN E HMI guidata da Ahmed Ouyahia. In ottobre, le elezioni amministrative locali sono state nuovamente vinte dall’RND. Intanto riprendono violenti i massacri, generalmente attribuiti ai GIA (Gruppi Islamici Armati), mentre - anche a seguito della liberazione del suo leader Abassi Madani - l’ala militare del FIS, l’AIS, ha formalmente deposto le armi.
Nel 1998 la vita pubblica è stata ulteriormente arabizzata per legge, nonostante le proteste dei berberi. Un rapporto dell’ONU condanna il terrorismo e di fatto “assolve” il regime per le sue illegalità.
Nuove elezioni presidenziali, cui Zeroual non partecipa, si sono svolte nell’aprile 1999, ma il più noto candidato che avrebbe potuto rappresentare gli islamisti e che presentava quindi a prima vista possibilità di vincere le elezioni, è stato escluso per motivi formali. Gli altri candidati, alcuni dei quali rappresentano comunque frazioni del blocco di potere politico-militare, hanno corteggiato tutti il voto islamista conservatore. Alla fine, su 7 candidati, 6 si sono ritirati dalla competizione protestando contro le illegalità perpetrate in favore del candidato ufficioso dell'esercito e della frazione di maggioranza del ceto politico, che è rimasto quindi solo nella competizione, e ne è il vincitore ufficiale. Avrebbero votato il 06% circa degli iscritti; di questi, il 73,7% avrebbero scelto Bouteflika, mentre circa il 13% circa avrebbe votato per Ibrahimi, un altro 5% per Djaballah (i due candidati dichiaratamente islamisti), e il 3% ciascuno per il candidato del FFS, Ait Ahmed, e per l'ex primo ministro Hamrouche, nonostante tutti questi candidati abbiano ritirato la propria candidatura.
Da F. Soudan, L’après-guerre, in Jeune Afrique, février 1999:
Con ogni evidenza, l'opzione islamista in Algeria e l'ipotesi di una presa del potere da parte dei gruppi armati non sono assolutamente più prevedibili, ammesso che lo siano mai stati. Dopo che l'AIS, braccio armato del FIS, ha decretato una tregua e che non rimangono che i GIA, il cui scopo e di sopravvivere e distruggere, la "guerra" è diventato un affare di professionisti, quasi nel senso commerciale del termine, dove degli imprenditori in guerrilla praticano un immondo terrorismo, come altri il rapimento con riscatto.
Salima Ghezali, Direttrice del quotidiano algerino “La Nation”, le cui pubblicazioni sono state vietate alla fine del 1996, ha pronunciato il 17 dicembre 1997, quando le è stato conferito il premio Sakharov, un discorso davanti al Parlamento Europeo, da cui è tratto il brano che segue.
Porre il problema dell'Algeria in termini di scelta tra la dittatura militare - anche camuffata da democrazia buffona - e una teocrazia islamista, significa condannarsi a predere di vista una società portatrice di rivendicazioni precise.
In Algeria, 28 milioni di donne, di uomini e di bambini vedono sorgere con terrore la morte nel quotidiano, ma è con un terrore uguale che la schiacciante maggioranza della popolazione si vede rifiutare il diritto alla decenza più elemantare.
Intorno alle grandi arterie della capitale, gli algerini vivono a migliaia - uomini, donne e giovani - sotto tende piazzate su terreni insalubri; della altre migliaia da alcuni anni hanno occupato dei contenitori che erano serviti a trasportare le merci con le quali il commercio arricchisce l'oligarchia al potere, e vi si ammassano a famiglie intere.
(…)
Ciò che succe in Algeria è scandaloso. E altrettanto scandaloso è il silenzio. Con il 70% della popolazione che ha meno di 30 anni e nessuna possibilità di trovare un lavoro, con alcune centinaia di migliaia di lavoratori licenziati nella fascia d'età tra i 30 e i 50 anni, (…), con la pauperizzazione brutale delle classi medie e l'esclusione massiccia in una condizione infraumana di migliaia di persone, la violenza non ha alcuna possibilità di divenire un fenomeno marginale.
(…)
E coloro i quali credono in tutta buona fede che il problema dell'Algeria è di ordine ideologico non hanno che da gettare un'occhiata sugli indicatori economici e sociali per comprendere quale difficoltà venga nascosta dal baccano creato da alcuni segmenti minoritari della società.
Da Eclissi di Mezzaluna. Il dramma algerino, a cura di Radhouan Ben Amara e Gianni Marilotti, Cagliari, 1997, pag.9.
Esclusa, non solo perché si è dimostrata impraticabile bensì funzionale all'attuale potere, la soluzione armata per sradicare l'islamismo dalla società, non rimangono che altre due sole vie. La prima, a ragione temuta da tutto il movimento democratico algerino, è quella di un accordo di vertice tra il regime e gli islamisti che porti ad un compromesso simile a quelli già sperimentati in Sudan o in Afghanistan: una spartizione del potere per cui al regime rimane il controllo politico ed economico mentre ai gruppi religiosi quello della società (cultura, istruzione, rapporti sociali, famiglia, etc.). Una soluzione del genere non solo taglierebbe fuori la società democratica algerina e sarebbe un colpo mortale alle aspirazioni sociali, democratiche e libertarie portate avanti in questi anni, ma sarebbe il pieno riconoscimento delle tesi sul fondamentalismo religioso dello Stato.
La terza via è anch'essa certamente non facile, e non priva di incognite, ma appare aprire prospettive di più lungo periodo. Si tratta di tentare la strada dell'istituzionalizzazione dell'islamismo politico nel quadro del rafforzamento dello Stato laico e di una democrazia pluripartitistica. Una tale riconciliazione non può che avvenire nel quadro di una discussione franca che coinvolga tutti i soggetti della vita pubblica (governo, esercito, partiti politici compreso il disciolto FIS, espressioni della società civile) e che sfoci in un nuovo processo costituente per la nuova Algeria. (…)
Questa linea trova non da oggi molti sostenitori in Algeria e fuori dall'Algeria, ma è stata fin qui osteggiata dal governo (o da una sua parte) e da alcuni settori della società non inclini ad alcun compromesso con l'islamismo.
Le ultime elezioni non hanno risolto i nodi politici dell'Algeria. Anche se con sfumature diverse, tutti i candidati sembravano prefigurare l'ennesimo compromesso interno al gruppo di potere che gestisce l'Algeria, composto dai gruppi economici, militari e religiosi che hanno comunque governato, tra scontri e accordi di vertice, il paese negli ultimi decenni. Se alla fine non si è giunti a questo compromesso, e il candidato dell'esercito (o di una parte di esso) è stato lasciato solo, sembra essere unicamente perché agli altri non sono state date sufficienti garanzie di partecipazione al potere.
Il ruolo dei gruppi armati più estremisti, in qualche modo sempre più legati ai traffici internazionali di armi, sembra essere ormai solo quello di legittimare se stessi e la posizione dell'esercito come garante apparente della repressione. L'islamismo politico dei cosiddetti moderati sembra avere perso la capacità di rappresentare un'opposizione sociale e, anche se continua a godere di ampio seguito elettorale, si va riducendo ad una frazione del blocco di potere, tornando quindi di fatto al ruolo che già aveva prima della grande esplosione islamista degli anni ottanta e novanta. L'esercito, il ceto burocratico, i nuovi ricchi legati al commercio, i proprietari terrieri, le mafie che prosperano sulle illegalità indotte dalla situazione sociale ed economica difficile, sembrano essere ancora i veri detentori del potere.
La situazione sociale è destinata a deteriorarsi ulteriormente. Il potere algerino deriva sempre più la propria legittimità dal rapporto con l'estero: dagli accordi commerciali, dalla gestione del debito estero, dall'esportazione degli idrocarburi, dalla vendita - spesso a stranieri - delle imprese e delle risorse. I prossimi, prevedibilmente ravvicinati, richiami a nuove scadenze elettorali non potranno che confermare la distanza tra una competizione politica di fatto ridotta a misurazione della forza reciproca delle fazioni del potere algerino e i bisogni reali di una popolazione sempre più impoverita e sempre meno garantita nei diritti.
La soluzione della crisi algerina sta quindi al di fuori dell'attuale parvenza di democrazia guardata a vista dall'esercito e ricattata dalla violenza islamista. Ma la corda non potrà essere tirata ancora troppo a lungo: le ultime presidenziali, anche al di là delle intenzioni dei candidati ritiratisi, hanno ulteriormente scoperto il gioco, davanti agli occhi delle donne algerine costrette alla schiavitù del velo, dei giovani irrimediabilmente disoccupati, di coloro ai quali la "ristrutturazione" dell'economia ha tolto ogni fonte di reddito, delle minoranze berbere cui viene negato di esistere in quanto tali. Purtroppo, al momento, si può solo immaginare che la presa di coscienza di questi soggetti, avverrà in un clima di nuove violenze.
Nota per la comprensione dei risultati elettorali:
FIS - Fronte Islamico di Salvezza
FLN - Fronte di Liberazione Nazionale (già partito unico)
FFS - Fronte delle Forze Socialiste (nel 1990 boicottò le elezioni)
RCD - Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia (basato soprattutto sulla minoranza berbera di Cabilia)
HAMAS, con la nuova legge assume la denominazione di HMI - Movimento Islamico per una società pacifica.
MNI - Movimento della Nahda Islamica
MDA - Movimento per la Democrazia in Algeria
RND - Raggruppamento Nazionale Democratico (costituito dal presidente Zeroual)
Fonte dei risultati elettorali: per 1990 e 1991, J. Fontaine, Les élections législatives algériennes, in "Maghreb-Machrek, gennaio-marzo 1992. Per il 1997, fonti di stampa italiana.
DATI GEOGRAFICI E DEMOGRAFICI
Superficie 2.381.741 kmq
Popolazione (1997) 29,4 milioni di abitanti.
La densità media è di 12 abitanti per kmq, ma in realtà il 96% circa della popolazione vive concentrato sul 17% del territorio, nel nord del Paese.
Il tasso medio di fecondità era di 7,4 bambini per donna nel 1970, sceso a 3,8 nel 1990.
Speranza di vita 67 anni.
Maggioranza di arabi: 82%; Berberi 17% (Cabili, Chaouias, Zénètes, Touareg). I francesi rimasti sono meno di 10.000 (nel 1996), di cui 3/4 con doppia nazionalità.
La maggioranza della popolazione viveva in campagna nel 1970 (60%), ma il rapporto si è ormai invertito (1995: 55,8 % di popolazione in aree urbane).
Principali città: la conurbazione di Algeri aveva 4 milioni di abitanti stimati nel 1997; Orano (900.000), Costantina (650.000), Annaba (450.000).
Gli algerini all'estero erano 1,8 milioni nel 1995.
Il paese è diviso in 48 “province” (wilaya), che comprendono 160 "sotto-prefetture" (daira) e 1541 comuni.
SISTEMA SCOLASTICO
Dal 1962 istruzione obbligatoria e gratuita tra i 6 e i 16 anni. Nel 1995 la scuola primaria era frequentata dal 99% dei bambini, mentre il 60% dei ragazzi e delle ragazze tra 12 e 17 anni frequentava la secondaria. Il 12% prosegue gli studi oltre l'obbligo.
Esistono 8 Università (2 politecnici) di cui 7 fondate dopo l'indipendenza, con oltre 200.000 studenti. Nonostante gli sforzi, nel 1995 il tasso di analfabetismo tra gli adulti era ancora del 35%. Dal 1972 l'insegnamento è stato arabizzato. Le spese per l'educazione ammontavano al 7,2% del PIL nel 1993.
Da Djillali Hadjaj, Un degrado sociale esplosivo, in Il Manifesto - Le Monde Diplomatique, settembre 1998:
La scuola, considerata una delle conquiste essenziali dell’indipendenza, è disastrata. E’ diventata una fabbrica di esclusione che ogni anno, nell’insieme dei suoi cicli, perde 400.000 studenti. Su cento bambini che frequentano la prima elementare, solo 9 otterranno il diploma delle scuole superiori e solo 5 una laurea, senza alcuna prospettiva di lavoro.
Fenomeno ancora più grave è quello dell’analfabetismo che assume proporzione allarmanti e colpisce più di 7 milioni di algerini. A causa del continuo deterioramento delle condizioni di vita, molte famiglie rinunciano a mandare a scuola i figli, in particolare le bambine.
SISTEMA SANITARIO
Notevolmente incrementato dall’indipendenza, comprende oggi un posto letto d’ospedale ogni 400 abitanti e un medico ogni 1.062 abitanti. La spesa sanitaria (1990-5) è circa il 5% del PIL. La mortalità infantile è calata dal 98 per mille nel 1980 al 35 per mille nel 1994, ma sono in aumento le malattie correlate alla povertà, nonché la tubercolosi e l’AIDS. La prevista eliminazione dei sussidi per i farmaci peggiorerà la situazione.
Da Djillali Hadjaj, Un degrado sociale esplosivo, in Il Manifesto - Le Monde Diplomatique, settembre 1998:
Le possibilità di usufruire dei servizi sanitari si sono ristrette. La copertura fornita in passato dalle vaccinazioni si è ridotta e il tasso di mortalità infantile (52 decessi per ogni 1000 nascite) riprende a crescere. … Le epidemie di malattie controllabili con le vaccinazioni, quali il morbillo e la difterite, che in passato erano scomparse, hanno registrato nuove impennate, con un numero elevato di morti. … La tubercolosi, un altro flagello, rispunta in modo inquietante. Gli ospedali pubblici, la cui situazione è incancrenita da una gestione parassitaria e dalla corruzione generalizzata, hanno perso in qualità. … Le medicine, anche quelle più essenziali, sono inaccessibili a chi ha un reddito modesto, ma questo non ha impedito l’emergere di una mafia che, grazie anche alla mancanza di una politica nazionale farmaceutica, si è accaparrata il monopolio (un tempo statale) dell'importazione di farmaci: un giro d’affari del valore di 400-500 milioni di dollari all’anno.
MASS MEDIA
Il controllo statale sull’informazione è cessato formalmente nel 1989. Da allora i principali quotidiani esistenti (El Moudjahid in francese e Ech-Chaab in arabo) sono stati sopravanzati in popolarità da testate indipendenti come El Watan e Liberté. Tuttavia le condizioni delle stampa libera restano difficili, stretta tra i tentativi di controllo, operati soprattutto grazie al monopolio statale delle tipografie, e gli atti di violenza di cui sono stati vittime dozzine di giornalisti. Esistono tre canali radio e un canale televisivo.
Da Reporters sans frontières, Rapporto Mediterraneo 1998, Ed. Gruppo Abele, Torino, pag 21:
L’unica buona notizia proveniente dall’Algeria è che quest’anno non si deve contare alcun assassinio di giornalisti, anche se la violenza continua a colpire in maniera massiccia la popolazione. Il potere sta completando la ripresa del controllo dei giornali algerini: si appresta ad adottare per l’inizio del 1998 un nuovo codice della stampa più restrittivo di quello attualmente in vigore. Per offrire un’immagine di stabilità ai suoi partner stranieri il regime algerino vuole rafforzare il controllo sull’informazione.
“La Nation”, una delle rare testate dissidenti, che rifiutava di sottomettersi al giogo che il potere cercava di imporgli, ha chiuso nel dicembre 1996. Rimane una stampa monocolore che, a dispetto di qualche sfumatura, è uno dei più solidi sostegni delle autorità in carica. Le critiche che si possono leggere sono, quasi sempre, l’espressione di lotte di clan e di interessi che attraversano il regime algerino.
In un contesto economico che non favorisce l’emancipazione - il settore è strettamente controllato dalle autorità (monopolio delle tipografie, dell’importazione della carta…) - la stampa algerina non sempre ha svolto il suo ruolo di contropotere, rifiutando spesso di denunciare la censura di cui essa è vittima. Le testate che escono preferiscono appoggiarsi alla pubblicità delle imprese e delle istituzioni pubbliche piuttosto che tentare di liberarsi dalla tutela pubblica. Quanto a radio e televisione, completamente chiuse all’opposizione, sono i portavoce del regime, come hanno dimostrato i servizi sulle elezioni legislative locali che si sono svolte nel paese nel 1997. I giornalisti stranieri, quando riescono a ottenere un visto, difficilmente possono liberarsi dal controllo stretto dei servizi di sicurezza che hanno facile giuoco nel presentare la loro “sollecitudine” come una misura di protezione. Il numero dei corrispondenti esteri si è ridotto al minimo, visto che i loro accrediti sono stati o rifiutati o ritirati.
Da Lahouari Addi, L’armée algérienne confisque le pouvoir, in Le Monde Diplomatique, février 1998:
Sfogliando la stampa, il lettore ha l'impressione di vivere in un paese dove la vita sociale ed economica è quasi normale, con l'eccezione di massacri collettivi perpetrati da delinquenti disperati in procinto di essere neutralizzati. Il fatto è che i giornali, anche "indipendenti" sono sottoposti alla censura.: possono essere pubblicate solo informazioni che promanino dai canali ufficiali; gli islamisti devono essere presentati come dei delinquenti; è vietato dar conto dei metodi illegali e arbitrari che utilizzano le forze dell'ordine. Alcuni direttori e giornalisti sono stati condannati a pene detentive per avere pubblicato informazioni "che mettno a rischio la sicurezza e apportano pregiudizio alle forze dell'ordine".
Quando un regime è deciso a mantenersi qualunque cosa accada, è pronto a tutto. Troppe domande si pongono sugli assassini di giornalisti e di artisti così come sui massacri nei villaggi. Vista la poca sollecitudine della autorità a fare luce su queste tragedie, l'identità dei terroristi è oggetto di numerose dicerie. Secondo queste ultime - che solo una commissione d'inchiesta potrà confermare o smentire - il regime starebbe mettendo in opera una strategia di discredito degli islamisti, presentati come dei criminali, che violentano e uccidono le ragazze, sgozzano i bambini, bruciano le scuole, assassinano gli intellettuali, ecc.
Qual è la verità? L'informazione ufficiale sugli attentati e sugli assassinii di massa resta laconica. I loro autori non vengono mai presi vivi e tradotti dinnanzi a tribnali. Mancando la minima libertà di stampa, i media introiettano la versione fornita dalle autorità.
ECONOMIA
Basata sull’esportazione di idrocarburi, la crescita del prodotto interno lordo è stata sostenuta per oltre un decennio dalla metà degli anni settanta (il massimo nel 1980: +17%), ma è stata conseguentemente frenata con il crollo dei prezzi internazionali del petrolio dal 1985. Nel 1993-4 i tassi di crescita sono stati negativi. La ripresa dei prezzi del petrolio dal 1994 ha riportato il prodotto algerino su valori tra il 3 e 4% (1996: 3,4%) nonostante la caduta (-7,5%) del prodotto industriale. Nel 1997 i prezzi del petrolio erano nuovamente in calo.
PIL (in miliardi di DA) (1)
1993 1994 1995 1996 1997
1189,5 1483,6 1961,5 2502 2708,2
PIL PER ABITANTE (in US$) (1)
1993 1994 1995 1996 1997
1872,4 1520,8 1453,5 1554,3 1596,6
Il tasso di inflazione è stato a lungo in crescita, ben oltre i dati ufficiali riportati nelle tabelle, che si basano su beni di consumo a lungo sovvenzionati. La politica recessiva messa in atto per raggiungere l’aggiustamento ha poi drasticamente raffreddato l’andamento dei prezzi. Secondo il Fondo Monetario, l’inflazione sarà definitivamente bloccata con il taglio degli ultimi sussidi, tra cui quello per i medicinali.
INFLAZIONE (media % annuale) (1)
1993 1994 1995 1996 1997
21,54 29,05 29,78 18,96 5,73
L'attuale crisi economica ha rivelato il fallimento dell'industrializzazione sostenuta dallo stato e incentrata sull'industria pesante, perseguita nei decenni dopo l'indipendenza. Sotto la presidenza Bendjedid il paese ha compiuto una svolta verso l'economia di mercato e sottoscritto un Accordo di Aggiustamento Strutturale con il FMI, rinnovato per 3 anni nel 1995. E' iniziata la privatizzazione delle imprese statali (trasporti, turismo, tessile, agro-alimentare). Le compagnie straniere sono state associate allo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio.
Nel 1994 i prezzi sono stati liberalizzati e la moneta è stata svalutata di oltre il 40%, in vista della sua libera convertibilità.
L’attuale politica economica è basata sui termini e le condizioni dell’accordo con il FMI, con l’obiettivo di stabilizzare l’economia e rilanciare il programma di “aggiustamento strutturale”. Gli elementi chiave della strategia sono il perseguimento di una crescita annua del PNL del 5%; l’ulteriore liberalizzazione del commercio e del tasso di cambio; la rimozione degli ultimi sussidi al consumo; una riforma della finanza statale e della tassazione con una politica fiscale tendente a raggiungere un surplus nel 2000; la privatizzazione e ristrutturazione del settore statale.
Da Faycal Karabadji, L’economia algerina minacciata dalla mafia politico-finanziaria, in Il Manifesto - Le Monde Diplomatique, settembre 1998:
La liberalizzazione del commercio estero, nel 1994, e la sua apertura al settore privato hanno così reso possibile la creazione di più di tremila società di import-export. Nel 1997, i “privati” algerini hanno importato merci per circa 2 miliardi di dollari grazie alla convertibilità commerciale del dinaro. In Algeria, il genio popolare definisce queste imprese commerciali “società di import-import”. (…)
Frastornati da molti anni di violenza, gli algerini scoprono quindi con fatalità i “miliardari della guerra” che non provano alcun imbarazzo ad esibire i segni della loro ricchezza. (…) La liberalizzazione selvaggia dell’economia, sotto l’egida del FMI, ha prodotto come principale risultato la sostituzione del fruttuoso monopolio dello stato con quello esercitato dai nuovi padrini, i quali si sono divisi il mercato dell’importazione (circa 10 miliardi di dollari ogni anno). Il peso di un padrino è proporzionale a quello dei suoi protettori all’interno del sistema di potere.
Nel maggio 1998 è cessato il sostegno del Fmi e della BM. Il FMI si è recentemente congratulato con l’Algeria per il raggiungimento di molti degli obiettivi previsti dall’aggiustamento, chiedendole di accelerare le privatizzazioni. Rompendo per la prima volta il monopolio statale nel settore energetico, la compagnia nazionale di servizi petroliferi Entreprise Nationale de Canalisation ha venduto quote alla inglese Anderson nel gennaio 1998. Anche alcune imprese collegate al trasporto aereo sono state strutturate come joint ventures con capitale estero. Devono essere interamente privatizzati il settore delle costruzioni e dei lavori pubblici, del turismo, della distribuzione, chimico e farmaceutico. Imprese sudcoreane e tedesche hanno in corso trattative di acquisizione. Tra gli obiettivi previsti per il 1998 vi è anche il licenziamento di 170.000 dipendenti del settore pubblico. Una nuova legge sulle privatizzazioni è la condizione per ottenere l’effettiva erogazione di un prestito della BM previsto per la metà del 1997 e non ancora versato.
Da Pierre Dévoluy, Douloureuse transition, in Jeune Afrique, février 1999:
Il mercato interno algerino, con circa trenta milioni di consumatori, presenta evidentemente delle prospettive attrattive. (….)
I vantaggi fiscali, il costo moderato del lavoro - il salario minimo non supera i 100 dollari al mese -, il numero elevato di laureati e di quadri con esperienza, la vicinanza dei paesi industrializzati europei, sono altrettanti punti positivi che si aggiungono alle infrastrutture che dovrebbero facilitare l'arrivo degli operatori e dei capitali stranieri. (…)
Il dinamismo del settore privato poggia su personale formato, spesso lareato, che ha forgiato la sua esperienza in condizioni estremamente difficili, tanto sul piano personale, a causa del clima drammatico degli anni 1994-1997, che professionale, con la messa in opera della nuova regolamentazione, la svalutazione del dinaro e l'afflusso sul mercato del lavoro di migliaia di disoccupati, licenziati dalle imprese di Stato chiuse per insufficiente produttività.
Dalle conclusioni del Rapporto della Missione della Delegazione Parlamentare Europea in Algeria, febbraio 1998:
Quanto ai negoziati per l’inclusione dell’Algeria nell’Accordo Euro-Mediterraneo, noi dobbiamo provare ad introdurre l’idea del controllo democratico delle privatizzazioni. La popolazione algerina è profondamente preoccupata a causa delle privatizzazioni e pensa che queste siano una truffa. Le cento o mille famiglie che sono state protette nel passato dalle forze armate, continuano ad essere protette ancora oggi e continuano a gestire la ricchezza del paese dalle loro posizioni di privilegio all’interno dell’industria del petrolio e delle corporazioni di Stato.
Il prodotto nazionale pro capite, misura ufficiale del livello di vita utilizzata dalle istituzioni monetarie internazionali, è in calo da quando sono iniziate le “riforme economiche”, ma molto più significativo è il peggioramento “qualitativo” del tenore di vita reale, visto che il livello del PNL dipende essenzialmente dalle esportazioni. Il dato più significativo è il livello di disoccupazione, trascinato in alto dalla crescita della popolazione, dalla stagnazione economica e dai licenziamenti previsti nel quadro dell’ “aggiustamento”. Il tasso ufficiale è ormai attorno al 30% e l’aumento più sostanziale si è registrato nel 1995, a seguito della liberalizzazione monetaria. L’Economist stima che in realtà il 40% delle forze di lavoro sia disoccupato o sottoccupato (2), mentre si restringe sempre più la valvola di sfogo dell’emigrazione, a causa delle politiche europee in tale campo. Secondo la Banca Mondiale, nelle wilayat di Tlemcen, Sidi Bel Abbes, Mascara e Ain Temouchent, nel nord ovest, la popolazione vive con meno di 1 US$ al giorno per persona.
Le istituzioni finanziarie internazionali riconoscono che il processo di “aggiustamento” ha aggravato la situazione sociale e occupazionale e il reddito per abitante, ma sostengono che ciò avviene perché le “riforme” non sono state ancora completate e le privatizzazioni sono lente. Il tasso ufficiale di disoccupazione atteso per il 2010 è del 37%, mentre, secondo il FMI, un tasso di crescita del 6% - al di fuori del settore petrolifero -permetterebbe a quella data di ridurre la disoccupazione all’8%, creando 4,7 milioni di impieghi. Nel prossimo decennio, ogni anno 250 000 giovani algerini si affacceranno per la prima volta sul mercato del lavoro. (3)
DATI COMPARATIVI 1996 (2)
Algeria Marocco Libia Tunisia Francia
PNL (miliardi US$) 45,1 36,4 23,1 19,5 1.539,0
PNL pro capite (US$) 1.546 1.314 4.322 2.134 26.370
Inflazione % 21,7 4 35 3,7 2.1
Bilancia commerciale
(miliardi di US$) 1,35 -1,2 0,4 -0,5 120,5
esport (mld US$) 13,2 6,9 8 5,5 274,1
import (“) -9,2 -9,3 -4,6 -7,3 -259,0
AGRICOLTURA E ALLEVAMENTO
L’agricoltura impiega (1994) il 22% della popolazione attiva e rappresenta il 12% del PIL. La bilancia agricola è da sempre deficitaria e impone l'importazione di derrate. Principali colture sono il grano e l'orzo. Seguono patate, vigna, agrumi, olivo e datteri. Le foreste coprono il 2% del territorio.Nel 1975 è stata iniziata la realizzazione di una barriera di foreste lungo il confine settentrionale del deserto. Ma le condizioni climatiche minacciano la sopravvivenza delle foreste, anche costiere.
Il bestiame si compone di circa 18 milioni di ovini (18° posto al mondo), 2,5 di caprini e 1,5 di bovini. Circa il 50% del bestiame appartiene al 5% dei proprietari. Molto attiva la pesca.
D’accordo e con il sostegno della Banca Mondiale, il governo sta perseguendo la privatizzazione dell’intero settore agricolo.
MINIERE E INDUSTRIE
Impiegano (1994) il 31,3% della popolazione attiva e rappresentano il 44,2% del PIL. Gli idrocarburi sono la principale ricchezza del paese, con importanti riserve di petrolio (16° produttore mondiale) e gas naturale (7° produttore).
Principale settore industriale è quindi la raffinazione del petrolio (che produce anche materie plastiche e prodotti chimici). Segue l'agroalimentare e poi il tessile. Le imprese industriali sono in genere di grande taglia (e statali).
Il settore petrolchimico si è recentemente aperto al capitale straniero. La Sonatrach, statale, è la principale azienda del settore.
Da Algeria, Country Profile 1997-8, The Economist Intelligence Unit Limited, UK, 1998:
Sul periodo 1996 - 2000, la Sonatrach prevede di investire 28 miliardi di dollari per incrementare le prospezioni e sviluppare uleriormanet le riserve.
L'asse principale della strategia della Sonatrach sono le sue alleanze multimiliardarie con operatori d'oltremare. Dal 1991 alle compagnie internazionali è stato concesso di lavorare e persino di acquistare i campi petroliferi esistenti. Alla fine del 1996 ventitre contrati di compartecipazione all'esplorazione o alla produzione erano in corso con 18 compagnie internazionali, per un ammontare di investimenti del valore di 1,5 miliardi di dollari. Le imprese straniere coinvolte nel settore algerino degli idrocarburi prendono in considerazione il rischio politico a lungo termine, e investimenti maggiori sono in corso o previsti in tutte le aree produttive. Per proteggere le installazioni straniere dagli attacchi sono sul posto dispositivi privati di sicurezza e una forte presenza dell'esercito.
Da quando sono attive le compagnie straniere, è aumentata la produzione di petrolio, con nuovi giacimenti sfruttati dalle statunitensi Anadarko e Arco, dall’italiana Agip e dalle spagnole Cepsa e Repsol. Anche per quanto riguarda il gas, l’espansione della produzione è guidata dalle imprese straniere, soprattutto dall’inglese BP. E’ presente anche l’Agip. Lo sfruttamento dell’elio, derivato dal gas naturale, è gestito da una joint venture tra la Sonatrach, le statunitensi Air Products e Chemical e la francese Air Liquide. Il governo cerca di attrarre investimenti stranieri anche nel settore dei minerali non energetici, tra cui oro e diamanti.
TERZIARIO
Impiega (1994) il 42,6% della popolazione attiva e rappresenta il 43,8& del PIL. Il turismo comincia lentamente a svilupparsi, nonostante la situazione politico-sociale, soprattutto nel sud, gestito da compagnie spagnole. Compagnie straniere hanno iniziato a investire nell’acquisto dei grandi alberghi di Algeri. L’Hotel Hilton è la prima compagnia interamente straniera in Algeria (proprietario è la Daewoo).
MONETA
L'unità monetaria è il Dinaro Algerino, diviso in 100 centimes o 20 douros.
BILANCIA COMMERCIALE
Il 95% dell'esportazione è costituito da petrolio e gas. L'Algeria produce 34.250 milioni di m3 di gas l'anno, di cui la metà viene esportato in Italia, attraverso il gasdotto "Transmed" (4). La maggior parte delle importazioni consiste invece di prodotti agricoli. Principale partner è l'UE (quasi il 70% dei movimenti commerciali), seguita dagli USA (15% circa), dal Giappone e poi dai Paesi in Via di Sviluppo.
Il livello delle importazioni è stato compresso negli anni 1987-93 per evitare difficoltà di pagamento. Successivamente la ripresa dell’import è stata sostenuta dai fondi del FMI, del “Club di Parigi” (creditori privati) e di altri accordi internazionali.
BILANCIA DEI PAGAMENTI in miliardi di US$ (2)
1993 1994 1995 1996 1997
Export di beni e
Servizi non finanziari 10,76 9,95 10,94 13,96 14,64
Di cui idrocarburi 9,76 8,61 9,73 12,64 13,2
Import di beni e snf 10,04 11,09 12,2 11,24 10,19
Saldo corrente 0,36 1,82 -2,31 1,25 3,03
Saldo bilancia 0,30 0,12 -1,37 -1,90 1,02
Prezzo d'export del
Petrolio ($/barile) 17,75 16,31 17,58 21,6 19,29
Da Pierre Dévoluy, Douloureuse transition, in Jeune Afrique, février 1999:
Il commercio estero dell'Algeria è caratterizzato da lunghi anni dalla sua "monocoltura" d'esportazione degli idrocarburi: per il 1998 la loro vendita rappresenta 9,65 dei miliardi di dollari facenti parte del prodotto totale delle esportazioni. Nello stesso tempo il paese avrà acquistato per poco più di 9 miliardi di dollari. Le importazioni sono dominate dall'acquisto dell'85% del necessario per il fabbisogno alimentare, 3 miliardi di dollari l'anno, una delle più consistenti fatture del mondo. L'Algeria importa cereali per 1,2 miliardi, in gran parte grano duro (65% del fabbisogno), latte per 100 milioni di dollari (60% del consumo), olio per 400 milioni di dollari (95% della domanda) e acquista il 100% del suo zucchero.
Le esportazioni diverse dagli idrocarburi raggiungono i 350 milioni di dollari, di cui 200 milioni da prodotti minerari e 150 da derrate alimentari - vino, datteri, frutta secca. Queste sono fortemente diminuite a partire dalle fine del rimborso in merci, nel dicembre 1997, del debito verso la Russia.
DEBITO ESTERO
E’ cresciuto degli anni settanta per finanziare l’industrializzazione statalizzata e l’importazione di beni di consumo. La capacità del paese di ripagare, dovuta alle entrate commerciali, condusse le banche private a concedere sempre nuovo credito, fino alla drastica caduta delle riserve valutarie nel 1989. In quell’anno il governo dovette rinegoziare le condizioni del debito con il FMI. Nel 1991 il servizio del debito (pagamenti/ricavo delle esportazioni) era del 74% e il paese ha dovuto contrarre un “credito d’aiuto” di 420 milioni di US$. Nuovi accordi sono stati conclusi con le banche private, senza peraltro riuscire a ridurre il servizio del debito, che nel 1994, a causa della crisi della bilancia dei pagamenti ha sfiorato il 100% delle entrate, rendendo necessari nuovi accordi di riscadenzamento che lo hanno ridotto al 46% circa. Gli accordi di ristrutturazione del debito si sono succeduti anche nel 1995 e 1996. La percentuale di ricavato delle esportazioni da dedicare ai pagamenti del debito è prevista intorno al 30% fino al 2000. Secondo l’Economist è “un livello maneggiabile”. <<La situazione debitoria dell’Algeria è sotto controllo ma gran parte della ricchezza del sottosuolo - una delle poste occulte della grande partita - è già stata impegnata per tener dietro alle scadenze dei rimborsi ancora prima di essere estratta>> (2).
1993 1994 1995 1996 1997
Debito totale (1) 33,65 31,20
Debito totale (2) 26,033 30,166 32,610
Servizio del debito/
Export % (1) 88,93 48,7 43,78 28,19 28,42
Idem (2) 72,5 46,0 35,5
Da Diamel Eddine Hammoum, Indebitamento e destabilizzazione sociale: l’esperienza algerina, in “L’Algeria e noi”, seconda conferenza dei gruppi parlamentari verdi, Roma 12 dicembre 1998:
Procedere alla nuova rateizzazione del debito … non è di per sé sufficiente a risolvere la crisi. La rateizzazione non comporta altro, in realtà, che una tregua accordata rispetto alla restituzione dei debiti contratti. (…)
Stante la situazione occorre attuare in Algeria una efficace strategia di gestione della stretta sociale indotta dal Programma di Aggiustamento Strutturale, una strategia che si fondi in primo luogo sull’equità nella ripartizione dei costi della stabilizzazione, in secondo luogo su una riformulazione della gestione del debito e del suo utilizzo.
OCCUPAZIONE
Da Pierre Dévoluy, La fracture sociale, in Jeune Afrique, février 1999:
Ufficialmente il tasso di disoccupazione raggiunge il 29% della popolazione attiva. Nella realtà questa proporzione è probabilmente più elevata ma i suoi effetti sono forse parzialmente compensati dai redditi degli impieghi non dichiarati, la famosa "economia parallela". Prima di dimettersi il 10 dicembre scorso, il primo ministro Ahmaned Ouyahia non ha nascosto, traendo il suo bilancio, che il risanamento delle strutture produttive statali ha provocato la chiusura, nel solo 1998, si 239 imprese. Secondo l'ispettorato generale del lavoro, in totale da gennaio 1996, 1175 unità produttive sono state sciolte o hanno fatto oggetto di forte compressione del personale, conducendo, nello stesso periodo, al licenziamento di oltre 383.000 salariati. Oltre al suo schiacciante ammontare - circa 2,4 milioni di algerini senza impiego su 8 milioni di attivi -, molte caratteristiche specifiche di questa disoccupazione attirano l'attenzione.
Sembra infatti che la ricerca di una migliore produttività passi raramente attraverso l'aumento degli investimenti o la formazione, bensì piuttosto attraverso la riduzione della massa salariale. Conseguenza: sono spesso i salariati anziani, esperti, i primi ad essere licenziati. Ma al loro posto non si inseriscono giovani laureati, ma apprendisti con pretesa salariali più modeste. Un'altra evoluzione allarmante: l'aumento della durata media del periodo di inattività, che era dell'ordine di trenta mesi nel 1991 e oggi supererebbe i cinquanta mesi. Infine, il terribile effetto psicologico di una situazione, inedita per l'Algeria dall'indipendenza, di mancanza di lavoro. Davanti alle prospettive di lavoro inesistente, gli atti di disperazione si moltiplicheranno.
OCCUPAZIONE (x.1000) (2)
1993 1994 1995 1996 1997
Popolazione al 31.12 27.198 27.800 28.300 28.900 29.400
Popol. Attiva 6.561 6.814 7.561 7.811 8.070
Popol. Occupata 5.042 5.154 5.436 5.602 n.d.
Tasso di disoccup. % 23,2 24,4 28,1 28,3 n.d.
Variaz % disoccup 13,0 9,3 28,0 4,3 n.d.
Fonte: Algerie '97. L'année économique et sociale.
Fonte: Algeria, Country Profile 1997-8, The Economist Intelligence Unit Limited, UK, 1998.
Algeria: Stabilization and Transition to the Market, FMI 1998, citato in Jeune Afrique, février 1999.
(4) Agip, World Oil & Gas Analysis, 1995; ENI, Longterm Outlook, giugno 1997.
BIBLIOGRAFIA
Si riporta qui di seguito l'elenco dei titoli sull'Algeria e sui temi della presente pubblicazione reperibili presso il Centro di Documentazione del C.I.S.S. La biblioteca del centro è aperta al pubblico (tel. 091 6262694).
Per una più ampia bibliografia sull'Algeria si rimanda invece al recente saggio di Giampaolo Calchi Novati, Storia dell'Algeria Indipendente, Milano 1998.
Libri:
Arkoun M. ed altri, Africa e Mediterraneo. Cultura, politica, economia e società, Bologna 1995.
Bausani A., L'Islam. Dall'Atlante al Gange, Milano 1995.
Bessis S., Belhassen S., Femme du Maghreb: l'enjeu, Tunisi 1992
Bourquelot F, Salariat agricole et Migrations en Mediterranée, Montpellier 1996.
Calchi Novati G., Storia dell'Algeria indipendente, Milano 1998.
Cassarino J.P., L'immigration maghrébine à Palerme. L'image de l'immigré maghrébin, Aix-en-Provence, 1992.
El Houssi M., Maghreb: panorama letterario, Roma 1991.
Faure-Pragier S. e altri, Identité, Difference, Développement, Algeri, Societé Algérienne de Recherche en Psychologie, 1995.
Radhouan Ben Amara e Marilotti G. (a cura), Eclissi di Mezzaluna. Il dramma algerino, Cagliari 1997.
Satha-Anand C., Islam e nonviolenza, Torino 1997.
Sgrena G., Kahina contro i califfi. Islamismo e democrazia in Algeria, Roma 1997.
Sgrena G. (a cura), La schiavitù del velo. Voci di donne contro l'integralismo islamico, Roma 1995.
Spataro A., Unione del Maghreb Arabo: realtà e prospettive, Agrigento 1990.
Taharji H., Le donne velate dell'Islam, Verona 1991.
Universidad Internacional Manendez Pelayo, Trabajadores Immigrantes en la Agricultura Mediterranea, Valencia, 1992.
Video:
La battaglia di Algeri, regia di G. Pontecorvo, Sampaolo Audiovisivi, 1989.
La moitié du Ciel d'Allah, regia di Djamila Sahraoui, Algeri 1995.
Femmes d'Algér, regia di Kamal Dehane, Parigi 1993.
Violare il silenzio, Palermo, CISS 1997.
Registrazioni audio:
CISS, Associazione Verdi, Università di Palermo: Algeria: democrazia e diritti umani, Dibattito tenuto a Palermo, febbraio 1999.
Altre pubblicazioni:
Camarda G., Romana N., Linee di una ricerca giuridica sulle acque territoriali, i porti e le fascie costiere nei paesi del Nord Africa, Università degli Studi di Palermo, Facoltà di Economia e Commercio, 1991.
Le juge dans le monde arabe, Droit et Cultures n. 30/1995, Parigi.
Vaccaro S. (a cura), Le donne algerine e il terrorismo, 1995.
Ministero italiano dell'Ambiente, Forum internazionale sulle politiche europee di lotta contro la desertificazione, Matera 1998.
Breves d'Algérie, Montpellier, Cimade et Solagral, 1994.
L'exclusion sociale: quelles reponsens? Atelier maghrébin de reflexion et de concertation, Tunisi 1994.
Scarcia Amoretti B.M., Il mondo arabo. Guida bibliografica, Roma 1988.
Collectif 95 Maghreb Egalité, Cento misure e disposizioni per una codificazione maghrebina egualitaria dello statuto personale e del diritto di famiglia.
Seminaire ONG Europe-Maghreb, Unione Europea, Bruxelles 1995.
Commissione delle Comunità Europee, L'avenir des relations entre la Communauté et le Maghréb, Bruxelles 1992
Apnek, Atelier International contre la Désertification, Tunisi 1996
Le micro-crédit dans le monde arabe. Atelier régional d'ONG, Tunisi 1999.
Raccolta di riviste italiane e straniere.
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