Algeria, le cause di un'odissea
Pubblicato su “Univercity” del luglio 1999.
L’Algeria non sta vivendo un conflitto ideologico tra islamisti e modernisti: sta vivendo un conflitto sociale causato dalle politiche economiche.
La colonizzazione francese (1830-1962) si era caratterizzata soprattutto per l’esproprio delle terre e per l’insediamento effettivo di contadini francesi. Furono impiantate la vigna e gli agrumi, destinati esclusivamente al mercato francese, mentre furono drasticamente ridotte le produzioni per il consumo interno, mettendo in difficoltà l’approvvigionamento alimentare fino ai nostri giorni.
Con l’indipendenza, il modello di sviluppo puntò sulla riforma agraria ma soprattutto sull’industrializzazione pesante, sostenuta dai ricavi dell’esportazione di idrocarburi. Molte imprese vennero nazionalizzate. Uno dei principali oggetti di polemica di quegli anni fu l’applicazione della riforma agraria anche alle terre di proprietà di algerini e non solo su quelle abbandonate dai francesi. Un tentativo di collettivizzazione della proprietà terriera algerina venne compiuto nel 1972. La creazione di grandi imprese statali e la pianificazione centralizzata condussero alla nascita di un ampio ceto burocratico che, insieme ai proprietari terrieri, ha sempre espresso le tendenze “conservatrici” del Paese.
Nella seconda metà degli anni settanta, l’economia algerina iniziò a dare segni di difficoltà, tanto a causa della riduzione delle entrate da esportazioni, quanto del costo dell’approvvigionamento alimentare, problema non risolto dalla politica agraria, di fatto trascurata a fronte dell’industrializzazione e a causa della resistenza dei proprietari. L’improvviso impoverimento sorprende l’Algeria in pieno slancio di sviluppo. Il calo delle rendite petrolifere impone riduzioni delle importazioni (il Paese deve ricorrere alla importazioni per l’80% dei suoi bisogni alimentari); centinaia di progetti vengono abbandonati. La penuria di prodotti di consumo, già frequente, diventa cronica. Su di essa, si sviluppa una rete di intermediari che la perpetua a volte artificialmente. Il mercato nero, l’arte di arrangiarsi, la corruzione, la distrazione di beni dello Stato si generalizzano.
Con la presidenza Benjedid (1979), i principi dello sviluppo controllato dallo Stato vengono accantonati per perseguire l’apertura all’economia di mercato occidentale. La svolta non risolve – ma semmai aggrava – le condizioni di vasti ceti popolari: le imprese statali vengono ridimensionate (creando disoccupazione), le risorse per i servizi diminuiscono, l’agricoltura viene riprivatizzata, restituendo ai proprietari algerini le terre confiscate nel 1972. Il malcontento di vasti strati popolari per il peggioramento delle condizioni di vita inizia ad esprimersi, nella seconda metà degli anni ottanta, in manifestazioni pubbliche per il lavoro, per l’acqua, contro gli aumenti dei prezzi, manifestazioni spesso represse dall’esercito. Cresce al contempo il seguito della propaganda degli islamismi, che predicano contro lo sviluppo di tipo occidentale, sia esso “socialista” e “statale” sia “capitalista” e “di libero mercato”. Il movimento islamista riesce a saldare le istanze conservatrici di una parte del gruppo dirigente con la ribellione dei giovani disoccupati delle periferie di Algeri.
Al primo turno delle elezioni politiche del dicembre 1991, il FIS (il Fronte Islamico di Salvezza) ottiene 188 seggi su 231 ed è evidente che sta per conquistare una maggioranza che gli consentirebbe non solo di governare, ma probabilmente anche di modificare la Costituzione. Ma prima che si possa svolgere il secondo turno, l’esercito depone Benjedid, cancella la scadenza elettorale e mette fuori legge il FIS, arrestandone i leader.
Tra il 1992 e il 1997 il Paese viene retto, di fatto, dai militari, in un clima di crescente violenza, che si accentua ulteriormente dopo il voto del 1997. Il colpo di stato, di fatto attuato dai militari, mette in difficoltà l’islamismo moderato e sembra giustificare l’uso della violenza da parte degli estremisti islamici. Secondo alcune stime, tra il 1992 e il 1997 sarebbero state uccise 60.000 – 100.000 persone, in un crescendo di atti criminali dei terroristi e dei illegalità dell’esercito.
La politica economica dei governi sostenuti dai militari accentua i suoi caratteri liberisti. Nel 1994 una nuova legge incentiva gli investimenti stranieri. Il mercato interno algerino, con circa trenta milioni di consumatori potenziali, presenta per gli investitori stranieri attrattive unite ai vantaggi fiscali, al costo moderato del lavoro, alla vicinanza dei mercati dei paesi europei. La liberalizzazione selvaggia dell’economia, sotto l’egida del Fondo Monetario Internazionale, e il commercio di importazione producono come principale risultato la sostituzione del fruttuoso monopolio dello Stato con quello esercitato da una schiera di nuovi padrini: l’Algeria scopre l’esistenza dei “miliardari della guerra”.
Intanto il livello di disoccupazione, trascinato in alto dalla crescita della popolazione, dalla stagnazione economica e dai licenziamenti previsti nel quadro dell’aggiustamento, raggiunge il 40% (stima dell’Economist, il dato ufficiale è del 30%), mentre si restringe sempre più la valvola di sfogo dell’emigrazione, a causa delle politiche europee in tale campo. Da quando sono attive le compagnie straniere, è aumentata la produzione di petrolio, con nuovi giacimenti sfruttati dalle statunitensi Anadarko e Arco, dall’italiana AGIP e dalle spagnole Cepsa e Repsol, alle quali va quindi buona parte dei profitti. Ma il debito estero, cresciuto negli anni settanta per finanziare l’industrializzazione statalizzata e l’importazione di beni di consumo, assorbe buona parte del ricavato dello Stato algerino dalle esportazioni petrolifere, non consentendo quindi di far fronte alla “bolletta alimentare”. La percentuale di ricavato delle esportazioni da dedicare ai pagamenti del debito è prevista intorno al 30% fino al 2000. Secondo l’Economist è “un livello maneggiabile”: gran parte della ricchezza del sottosuolo – una delle poste occulte della partita in corso – è già stata impegnata per tener dietro alle scadenze dei rimborsi ancora prima di essere estratta.
Le elezioni politiche del giugno 1997 hanno nuovamente dato vita a un Parlamento formalmente pluralista. Ne è uscito vittorioso il nuovo partito di potere, sostenuto dai militari, ma è anche evidente che buona parte della popolazione algerina continua a riconoscersi nell’islamismo. Nuove elezioni presidenziali si sono svolte nell’Aprile 1999 ma, alla fine, su sette candidati, sei si sono ritirati dalla competizione protestando contro le illegalità perpetrate in favore del condidato ufficioso dell’esercito, che è rimasto quindi solo nella competizione, e ne è il vincitore ufficiale.
Queste ultime elezioni non hanno risolto i nodi politici dell’Algeria. Anche se con sfumature diverse, tutti i candidati, mentre corteggiavano l’islamismo, sembravano prefigurare l’ennesimo compromesso interno al gruppo di potere che gestisce l’Algeria, composto dai gruppi economici, militari e religiosi che hanno comunque governato, tra scontri e accordi di vertice, il Paese negli ultimi decenni. Se alla fine non si è giunti a questo compromesso è perché agli altri candidati non sono state date sufficienti garanzie di partecipazione al potere.
Il ruolo dei gruppi armati più estremisti, in qualche modo sempre più legati ai traffici internazionali di armi, e rimasti apparentemente soli dopo la tregua dichiarata dall’Esercito Islamico di Salvezza, sembra essere ormai solo quello di legittimare se stessi e la posizione dell’esercito come garante apparente della repressione. L’islamismo politico dei cosiddetti moderati sembra avere perso la capacità di rappresentare un’opposizione sociale e di va riducendo sempre più a una frazione del blocco di potere. L’esercito, il ceto burocratico, i nuovi ricchi legati al commercio, i proprietari terrieri, le mafie che prosperano sulle illegalità indotte dalla situazione sociale ed economica difficile, cono ancora i veri detentori del potere. In questo clima, al di là dell’atteggiamento che potranno assumere i leader politici inclini al compromesso, il Algeria la violenza è destinata a perpetuarsi.
Alberto Sciortino
Cooperazione Internazionale Sud Sud

