Dietro le quinte del commercio
Pubblicato su “Il Manifesto” del 25 agosto 2001.
Ho l’impressione che la discussione avviata dall’articolo di Cavallaro sul Manifesto del 4/8 scorso stia andando un po’ fuori tema. Cavallaro ci chiede “che cosa vuole il popolo di Seattle?” e molti rispondono prendendo posizione sul terreno dell’alternativa tra liberismo e protezionismo, cioè sul tema delle regole del commercio. Marx – dice Cavallaro - era a favore del libero commercio perché esso avrebbe accelerato la funzione “rivoluzionaria” del capitale. Il primo equivoco mi pare che stia in questo approccio. Perché parlando al “popolo di Seattle” ci si concentra sul commercio? E’ vero: una delle critiche del movimento è alla deregulation commerciale imposta da WTO e compagni, ma vanno a questo proposito dette due cose: la prima è che – come hanno gia ben spiegato altri - il WTO e tutti i liberisti in realtà sostengono non l’assenza di regole ma un sistema di regole a vantaggio di alcuni (il capitale speculativo, le multinazionali, …) e quindi ridurre la critica al WTO a divergenza tra deregolatori e protezionisti è fuorviante. La seconda è che comunque l’approccio del movimento comprende la critica a questa politica commerciale (chiamiamola pure “liberista”, ma solo per brevità), ma non si limita ad essa. Quando, per fare un esempio, si criticano i brevetti e le sperimentazioni della Monsanto, si toccano temi trattati nei rounds di trattative commerciali, ma siamo nettamente fuori dal campo commerciale: siamo in quelli della produzione, dell’uso dell’ambiente e persino dei diritti umani. Quindi la polemica di Cavallaro va bene, ma deve essere chiaro che essa, per porre una domanda generale (“cosa vuole il movimento?”), parte da un aspetto particolare e limitato (il commercio).
In questo contesto è incidentale, solo lo spunto per la provocazione, il problema del rapporto con il marxismo. Vorrei ricordare che la discussione sul ruolo “progressivo” del capitalismo è vecchia quanto il marxismo stesso: Marx era convinto (1857) che il colonialismo britannico avrebbe sviluppato l’industria indiana fino a farne un concorrente di quella inglese; la terza internazionale era convinta che tutti i paesi avrebbero attraversato gli stessi stadi di sviluppo e che quindi il libero dispiegarsi del capitalismo era necessario per accedere al socialismo; in generale la sinistra (quasi sempre) ha condiviso i presupposti del “paradigma sviluppista” sostenuto dal capitale stesso (inviterei qui a leggere Lo sviluppo, di Gilbert Rist, Torino 1997). La storia li ha smentiti tutti, Marx compreso, e ripetere le citazioni marxiane (come fa Faranda sul Manifesto del 15 agosto) non serve a cancellare questo fallimento teorico. A chi lo fa chiederei solo “cosa vuole lui?”. Se fosse vero che “i nuovi paesi investiti dal mercato mondiale devono necessariamente riattraversare tutte le fasi” con il loro corollario di sofferenze, allora non ci resta proprio niente da fare se non appoggiare tutto ciò che il capitale fa e dice. Nella realtà storica, quelle “fasi” non sono mai esistite (possiamo discutere di questo, ma non è il tema centrale e quindi non vado oltre). Quello che esiste è il processo di sottosviluppo e di impoverimento di settori crescenti della popolazione della terra dall’epoca coloniale in poi, che in certi paesi conduce a un “capitalismo senza sviluppo” che non è il presupposto di alcuna società migliore.
Ma insomma, siamo liberisti o protezionisti? E’ un falso dilemma, una trappola in cui però alcuni cadono. Per esempio Perugini e Musotti (14/8), che ci ammoniscono che “il mondo che conosciamo è soprattutto figlio del protezionismo”, o - dall’altro lato - Passarelli (23/8), che sostiene che “per intraprendere con qualche successo la via d’uscita dalla povertà vi è una condizione necessaria, benché non sufficiente, costituita dal protezionismo”. Ma anche qui due considerazioni.
Primo: le strategie liberiste e protezioniste nel corso della storia dei paesi “sviluppati” si sono alternate e integrate, senza necessariamente escludersi. Si poteva essere liberisti nel favorire l’accesso di derrate alimentari nel proprio paese e al contempo sostenere un’industria nascente con dazi protezionistici. Nelle fasi di scontro accresciuto e di ristrettezza dei mercati il capitale diviene solitamente protezionista (dopo il 1870, dopo il 1929, …); quando si sente forte e capace di conquistare i mercati senza barriere, allora predica il liberismo, come la Gran Bretagna nell’800 e gli USA nel ‘900 e come le multinazionali oggi. Perché il movimento dovrebbe sostenere una strategia del capitale piuttosto che un’altra? Così facendo finirebbe con lo stare di fatto dalla stessa parte di quelli che lo criticano, perché – sembra di capire - comunque prima di costruire alternative, bisogna lasciare crescere il capitale, quantomeno nei paesi oggi poveri, che così potranno “svilupparsi”.
Secondo: chi viene protetto dal protezionismo? Siamo certi che i poveri dei paesi poveri possano avvantaggiarsi dell’esistenza di barriere doganali? Non si risponde a questa domanda senza indagare, caso per caso, di chi è la proprietà del settore o dell’impresa che viene protetto (molti scambi commerciali sono camuffati dall’impianto di filiali in loco nei paesi “protetti” e quindi alla fine la protezione protegge anche imprese straniere…), e soprattutto che cosa produce questo settore o impresa, per quale mercato, con che rapporti sindacali, sociali e ambientali (ci serve rafforzare imprese che sfruttano il lavoro sottopagato o depredano risorse? Non abbiamo ancora capito che queste NON porteranno mai sviluppo?).
Buona parte degli equivoci presenti anche tra i critici della globalizzazione nascono dal continuare a considerare (a dispetto della stessa globalizzazione!) l’economia come il campo della competizione tra nazioni. Parliamo troppo di paesi ricchi e paesi poveri, quando in realtà è proprio il concetto di economia nazionale a essere rimesso in discussione. Personalmente, peraltro, penso che l’economia nazionale sia sempre stato un approccio analitico che mirava a nascondere le differenze sociali (“siamo tutti sulla stessa barca”, la competitività delle “nostre” imprese, ecc.), ma a maggior ragione ciò vale oggi, quando ciò di cui si discute è la dislocazione sopranazionale (e la rapida e continua riallocazione) delle produzioni e del capitale speculativo.
Bisogna invece guardare ai soggetti sociali: agli effetti delle strategie economiche su di essi e alla loro soggettività. In questo contesto, la nazione – e in particolare lo stato- è solo uno degli aspetti da prendere in considerazione: non è detto affatto che agevolare le esportazioni di cacao o minerali dai paesi poveri ne avvantaggi la popolazione (semmai troppo spesso è vero il contrario, nell’attuale contesto di concorrenza tra produttori di materie prime….). Ed è solo un esempio. E non è vero – forse non lo è mai stato – che lo scontro sia tra produttori di materie prime e produttori di beni ad alta tecnologia: spesso i beni “primari” sono anch’essi ad alta tecnologia (pensiamo al petrolio) e lo saranno sempre più anche quelli agricoli (biotecnologie….) e comunque tali beni oltre ad essere prodotti dalla Costa d’Avorio o dal Guatemala sono spesso prodotti dalle multinazionali in quei paesi o comunque da loro controllati nella commercializzazione.
Non ci interessa quindi prendere posizione astratta tra liberismo e protezionismo (come pare interessasse Marx nel 1848…), ci interessa indagare i rapporti di produzione e le loro conseguenze, compresi gli ambiti commerciali.
Alberto Sciortino
Cooperazione Internazionale Sud Sud

