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Emergenza Albania

Pubblicato sulla rivista “Univercity” del settembre-ottobre 1999.

E' finita l'emergenza Albania? Ancora una volta sembra ripetersi il copione di sempre. Il terremoto in Turchia ha scalzato Kosovo e dintorni dagli appelli televisivi alla solidarietà e dalle pagine dei giornali. Prima del Kosovo c'era l'uragano Mitch in Centroamerica, prima ancora il Rwanda o l'Algeria o i Curdi: chi se ne ricorda più? Per quale altra tragedia ci commuoveremo dopo la Turchia?

Eppure, mentre i profughi kosovari continuano a fare rientro nelle loro case trovandole bruciate dai serbi e bombardate dalla NATO, mentre i serbi stessi (la popolazione, non i dirigenti politici che avevano voluto la guerra) subiscono meschine vendette, dettate dalla volontà dell'UCK (e dei suoi padrini statunitensi e inglesi) di imporsi politicamente nel post-guerra, sembra il caso di fare un bilancio della nostra "Missione Arcobaleno" e delle varie azioni umanitarie. In quest'articolo parleremo soprattutto di Albania.

Per cominciare, un po' di storia e un po' di dati: la memoria corta non giova alla comprensione degli avvenimenti dell'attualità.

A lungo assoggettata al dominio turco, indipendente dal 1912 , annessa all’Italia nel 1939, dopo la seconda guerra mondiale l’Albania è stata sottoposta ad un regime particolarmente duro che di fatto l’ha isolata dal resto del mondo, cercando di garantirle uno sviluppo che, incentrato sulle scarsissime risorse interne, non poteva che risultare limitato, instabile e strutturalmente squilibrato. Sull’onda del generale crollo dei regimi dell’est, nel dicembre del 1990, stretto tra la crisi economica e la rivolta popolare, l’allora dominante Partito del Lavoro, successivamente denominatosi Partito Socialista, aprì al multipartitismo. Ciò non ha di per sé prodotto un quadro democratico stabilizzato, tant’è che l’alternanza al potere tra il Partito Socialista e quello Democratico continua ad avvenire attraverso crisi di credibilità dell'intero sistema politico, che fatica a presentarsi diversamente da un semplice rappresentante di interessi.

Il governo di destra dell'ex Presidente Berisha, in particolare, si era caratterizzato come espressione della speculazione finanziaria albanese e straniera e degli interessi dell'economia criminale, rendendosi corresponsabile della enorme truffa perpetrata ai danni della popolazione da parte delle organizzazioni fianziarie dette "piramidi", che si è risolta in un ingente trapasso di risorse dai risparmi dei già provati cittadini albanesi ai circoli speculativi. Le successive elezioni del 1997, sull'onda della rivolta popolare seguita alla crisi delle "piramidi", hanno riportato al governo il Partito Socialista..

L'Albania è un paese ancora essenzialmente agricolo e in questi anni di regime "democratico" si assistito addirittura alla tendenza inversa rispetto a ciò che solitamente avviene, alla crescita cioè della quota di prodotto interno dovuta all'agricoltura (nel 1990 il 40%; nel 1996 il 53%, a fronte di una riduzione dell’industria dal 37 al 13%).

Se si guarda agli indicatori ufficiali dell'economia, dopo un primo periodo di caduta vertiginosa del Prodotto Interno negli anni immediatamente successivi alla crollo del governo "comunista" (-28% nel 1991 e –7.2% nel 1992), il paese ha conosciuto una crescita costante tra il 1993 ed il 1996, con una punta del 13,3% nel 1995, salvo poi subire un nuovo forte calo ( –7%) a seguito della crisi finanziaria del ‘97. Ma il PIL quasi mai rispecchia il tenore di vita della gente: è molto più utile ricordare che l’Albania occupa il 105° posto nella graduatoria dello sviluppo umano, redatta dalle Nazioni Unite su 175 paesi, oppure che l’indice di mortalità infantile, con il 43 per mille, è il più alto d’Europa. Un altro indicatore concreto: la condizione delle donne, notevolmente peggiorata rispetto ai tempi degli sforzi egualitarismi del regime di Hoxa, non solo per l’accresciuto carico di lavoro femminile nelle campagne (gli uomini emigrano), ma anche per la recrudescenza dei fenomeni legati alla prostituzione e all’emigrazione forzata.

Di fatto, l'economia albanese è destrutturata. Ormai in crisi l'industrializzazione portata avanti dal regime "comunista" con l'aiuto di paesi "fratelli" che diventavano sempre meno (l'Unione Sovietica, poi la Cina, poi nessuno), la stessa agricoltura che sfama parte della popolazione è un'agricoltura di sussistenza, incapace per mancanza di risorse di fornire prodotti per il mercato. La struttura statale e amministrativa risente anch'essa del generale smembramento sociale: nessun potere ufficiale (ministero o municipio) può dire di gestire effettivamente le dinamiche sociali ed economiche, che sono invece in mano soprattutto ai comitati d'affari e alle potenze straniere. Nel bene o nel male, altri paesi, l'Italia in prima fila, gestiscono anche la politica interna albanese.

La maggior parte della popolazione vive su un'economia improvvisata, sul piccolo commercio, sui flussi di aiuti dall’estero, sull’assistenza.

Le spese per la pubblica assistenza negli ultimi anni sono fortemente aumentate nel tentativo di contenere la pressione sociale: segmenti della popolazione ricorrono ai sussidi. Infine, parte della popolazione cerca soluzione all’assenza di prospettive nel emigrazione. Si valuta che circa il 15% della popolazione albanese sia emigrata negli ultimi 7 anni. Prendendo come campione la popolazione emigrata in Italia, l'83% degli emigranti è composto da persone dai 19 ai 40 anni di età.

Su un’economia di questo genere si è inserita l’emergenza Kosovo, il flusso dei profughi e degli aiuti. Che effetto hanno avuto questi aiuti sulla struttura socioeconomica albanese? Se si prende ad esempio la “Missione Arcobaleno”, una parte enorme delle spese effettuate è finita nelle retribuzioni del personale italiano, spesso presente in numero eccessivo rispetto a qualsiasi logica di funzionalità. Una parte di queste retribuzioni è stata poi spesa in loco per gli alloggi di questo personale, portando ad una forte levitazione dei prezzi degli appartamenti e degli alberghi, specialmente a Tirana. Nel caso di alcuni alberghi, a godere dei benefici di questo flusso di ricavi sono state le società straniere che li gestiscono. Il fabbisogno dei campi profughi in termini sia di strutture che di beni di consumo è stato soddisfatto interamente con importazioni (acquisti o doni) dall’estero. Non ne è derivato alcun effetto di stimolo all’economia produttiva albanese, nemmeno nel caso dei generi alimentari, che invece avrebbero potuto beneficiarne. Una parte difficilmente valutabile, ma che molti osservatori internazionali sostengono essere ingente, delle risorse provenienti dall’estero per l’emergenza è transitata attraverso i canali della corruzione o rimasta impigliata tra le dita della burocrazia albanese.

Sia nel caso della “Missione Arcobaleno” che in generale per tutti gli aiuti destinati all’emergenza, l’effetto positivo sulla condizione dei profughi ospitati è stato accompagnato da effetti nulli o addirittura negativi sulle condizioni locali: aumento di alcuni prezzi, aumento della corruzione, arricchimento di chi ha potuto agganciarsi alle spese in loco nel campo delle abitazioni o dei trasporti. Da un punto di vista politico, si è avuta la netta impressione che, insieme al nobile slancio umanitario che ha animato molti volontari e alcune istituzioni, la “spartizione” delle competenze sugli aiuti tra i diversi paesi concorrenti e le varie istituzioni sia stata dettata da logiche non attinenti ad alcun concetto di solidarietà, quanto piuttosto dal tentativo di prefigurare posizioni di vantaggio con riferimento soprattutto alla successiva gestione del “post emergenza”.

La fase “di ricostruzione” successiva agli eventi militari non riguarda solo il Kosovo, ma anche i paesi coinvolti come basi militari della NATO o dalla presenza di profughi, come l’Albania o la Macedonia. Come già sull’emergenza, anche sul “post” le diplomazie straniere – Italia sempre in prima fila, per i suoi rapporti storici (non sempre edificanti) con Tirana – fanno a gara a chi concederà il maggior numero di prestiti (e si assicurerà gli interessi); o a quale sistema di imprese verrà appaltata la realizzazione di tale autostrada o ospedale. E’ difficile che, concepite su questa base concorrenziale, le opere della ricostruzione possano rispondere alle vere esigenze della popolazione albanese. E’ più probabile che siano ancora una volta funzionali alla penetrazione commerciale e agli investimenti privati stranieri, che non potranno che impedire qualsiasi rinascita dell’attività economica locale.

Valga per tutti il caso dell’agricoltura, il settore portante, nel quale si sta già prefigurando una segmentazione: da un lato un settore “ricco”, l’agricoltura di pianura, oggetto di investimenti stranieri e di profitti che affluiscono all’estero; dall’altro un vasto e abbandonato settore povero: l’agricoltura delle zone interne, incapace di accedere al mercato nazionale e destinato a mal garantire una misera sussistenza di villaggi isolati, senza che alcun organismo pubblico (e meno che mai il capitale privato) possa apportarvi le risorse necessarie allo sviluppo.

Gli effetti in termini sociali e di occupazione sono anch’essi prevedibili: ancora emigrazione, ulteriore bisogno di aiuto esterno e di assistenza, entrambi possibili buoni affari per ditte e agenzie straniere. Non sarebbe la prima volta nella storia che gli “aiuti” aiutano solo chi li concede. Purché almeno la smettessimo di lamentarci ad ogni sbarco di clandestini sulle coste pugliesi.

 

Alberto Sciortino

Cooperazione Internazionale Sud Sud

 

 

 

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