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L’Europa e il finanziamento della guerra del Kivu

L’eruzione del vulcano Nyragongo è giunta improvvisa ad accrescere i drammi vissuti dalla gente del Sud-Kivu (Repubblica Democratica del Congo). Goma, la capitale della regione, distrutta; 400.000 profughi in fuga verso il Rwanda, verso la città di Bukavu o verso il nulla, in una zona che ondate di profughi ne ha viste di continuo, a causa dei conflitti tra Hutu e Tutsi in Rwanda e Burundi, e a causa degli scontri interni allo stesso Congo (ex Zaire). Una zona, peraltro, fortemente segnata dalla presenza di eserciti stranieri (il nord e l’est del paese, tra cui proprio il Sud-Kivu, sono occupati dagli ugandesi e dai rwandesi) e da numerosi gruppi paramilitari. E’ facile prevedere che anche parte di questi profughi diverranno ostaggio dei gruppi che controllano le vicine foreste e che cercheranno di sfruttare a proprio vantaggio (e dirottare a scopi bellici) i previsti flussi di aiuti umanitari.
Sarà interessante capire nei prossimi mesi come la distruzione di Goma, e con essa del quartier generale del Rassemblement Congolais pour la Démocratie, i “ribelli” al soldo di Kigali che combattono il regime di Kinshasa, influirà sull’economia di saccheggio che questi ribelli garantiscono a vantaggio dei rwandesi.
Pochi giorni fa, quasi in contemporanea, due notizie avrebbero potuto rimettere all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale il dramma di un paese sottoposto a inenarrabili violenze a causa delle ricchezze custodite dal suo suolo (il legname, soprattutto) e dal suo sottosuolo (minerali, tra cui l’ormai preziosissimo coltan), ma di esse non vi è quasi traccia sulla stampa europea.
La prima notizia è quella del crollo di una miniera di coltan, una sessantina di Km a sud di Goma, con alcune decine di vittime, ultimo e più appariscente anello di una catena di sfruttamento e morte che in genere non fa notizia. In Italia solo qualche giornale ha dedicato poche righe a questo avvenimento. Ma la seconda notizia dal Sud-Kivu avrebbe potuto essere una notizia clamorosa, se la stampa non fosse cronicamente distratta rispetto a ciò che accade in questa parte di mondo, evidentemente lontana anni luce, molto più dell’Afghanistan o dell’Argentina. Eppure la notizia, oltre il Sud-Kivu, riguarda l’Europa molto da vicino.
Già nell’aprile scorso un rapporto delle Nazioni Unite aveva messo il dito sul sistema di sfruttamento delle risorse congolesi organizzato da rwandesi e ugandesi nella RDC, con la scusa dell’opposizione al governo di Laurent Kabila prima e di suo figlio Joseph adesso. Adesso, facendo seguito a quel rapporto, un gruppo di organizzazioni europee, raccolte nell’IPIS (International Peace Information Service), hanno reso noto il rapporto Supporting the War Economy in the RDC: European Companies and the Coltan Trade. Si tratta dei risultati di una ricerca sulle imprese europee che traggono profitto dalle sofferenze della regione dei Grandi Laghi, finanziando di fatto lo stato di guerra permanente in atto.
Il rapporto ha preso a campione alcune imprese belghe, francesi, olandesi e tedesche collegate ai traffici di coltan, un minerale utilizzato nella produzione dei telefoni cellulari, delle playstation e degli aerei militari e di cui il Sud-Kivu per sua disgrazia è ricco. Le autorità ribelli di Goma, in realtà braccio operativo dei rwandesi, hanno gestito le esportazioni di coltan dai territori sottomessi in regime di monopolio tramite la società SOMIGL. Alcune imprese europee hanno effettuato transazioni con la SOMIGL, contribuendo così all’afflusso di milioni di dollari nelle tasche dei “ribelli”. La belga Cogecom sprl è stata uno dei partner principali e un altro è stata la Cogear, una società con indirizzo di copertura in Belgio. Altre ancora, come la Sogem, una filiale del gruppo transnazionale belga Umicore (ex-Union Minière), hanno finanziato indirettamente la guerre con le tasse pagate all’amministrazione ribelle. Transazioni di coltan per 75 tonnellate sono state individuate per la tedesca Masingiro GmbH, attraverso le società di trasporti TMK (congolese), A.B.A.C et NV Steinweg (belghe). Queste partite di coltan erano probabilmente destinate all’unità di trattamento della H.C. Starck, filiale di Bayer e leader mondiale del settore.
La seconda parte del rapporto esamina le « joint ventures » tra ditte europee che commerciano in coltan da una parte e dall’altro membri dell’APR (l’Armée patriotique rwandaise) e circoli vicini al presidente rwandese Kagame. In questi intrecci giocherebbe un ruolo centrale il finanziere svizzero Chris Huber, che fungerebbe, con la sue società “off-shore” Finmining e Raremet, anche da punto di contatto con trafficanti darmi che riforniscono diverse guerriglie locali africane.
Il rapporto si conclude con una serie di raccomandazioni al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, agli stati europei e al Kazakhstan, sul cui territorio si trova una delle imprese di trasformazione cui giunge parte del coltan estratto nel Sud-Kivu. Tra queste raccomandazioni la prima e più importante è quella dell’imposizione di un embargo internazionale sul coltan proveniente da queste zone, ma anche la richiesta di indagini più complete sulle imprese prese a campione e su una serie di altre, di cui il rapporto fornisce la lista. Ma altre richieste sono rivolte anche al settore privato e alle organizzazioni dei consumatori, in considerazione del fatto che, volenti o nolenti, complici dei traffici di coltan e delle violenze che esso genera, sono di fatto anche gli ignari acquirenti di cellulari e le meno ignare imprese che li producono e che si riforniscono dalle ditte direttamente implicate nei traffici: si tratta di grandi società come Alcatel, Compaq, Dell, IBM Ericsson, Motorola, Nokia e Siemens, che utilizzano componenti a base di tantalio (uno dei elementi del coltan), nonché altre come AMD, AVX, Epcos, Hitachi, Intel, Kemet, NEC, fabbricanti di quei componenti. A queste imprese è rivolta la richiesta di un impegno per cessare gli acquisti del minerale proveniente dai Grandi Laghi.
Il testo completo del rapporto e delle raccomandazioni, tra i cui curatori figurano organizzazioni quali Evangelischer Entwicklungsdienst, Pax Christi, Oxfam Solidarité, Solidarité Socialiste, Interchurch Organization for Development Cooperation, e Christian Aid è disponibile sul sito http://www.broederlijkdelen.be/publicaties/coltan14-1 , e i suoi risultati sono stati riportati anche dal bollettino delle Nazioni Unite per l’Africa (IRIN).
Adesso la distruzione di Goma da parte del vulcano ha momentaneamente messo fuori uso uno dei centri di potere dei cosiddetti ribelli, ma in assenza di chiare prese di posizione da parte dei paesi consumatori, i lucrativi traffici di coltan saranno presto riorganizzati e continueranno a finanziare a lungo una guerra che non accenna a finire.

Alberto Sciortino
Cooperazione Internazionale Sud Sud

 

 

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