Palestina - scheda
La Palestina deve il suo nome ai Filistei, che vi si stabilirono intorno al XIII secolo a.C., fondendosi con le popolazioni giunte precedentemente nella regione. I Romani chiamarono “Palestina” la zona circostante Gerusalemme, mentre, durante la dominazione bizantina, il nome designò i territori che si estendevano dal Monte Carmelo (a nord) fino a Gaza (a sud).
I primi abitanti della Palestina di cui si hanno notizia furono i cananei, che durante il III millennio a.C. si organizzarono in città-stato, fra le quali Gerico. Essi svilupparono un alfabeto dal quale derivarono altre forme di scrittura e professarono una fede destinata ad influenzare profondamente le religioni ebraica, cristiana ed islamica. Grazie alla sua posizione strategica al centro di rotte che collegavano tre continenti, la Palestina divenne non solo punto di incontro di culture e religioni provenienti da Egitto, Siria, Mesopotamia e Asia Minore, ma anche un territorio ambito dagli imperi confinanti. Nel corso del II millennio a.C. la regione fu sotto la giurisdizione egiziana e popoli diversi (quali ad esempio gli amorrei, gli ittiti e gli hurriti) si insediarono nel territorio integrandosi ai cananei. Non appena il potere degli egizi iniziò ad indebolirsi, dopo il XIV secolo a.C., altri popoli arrivarono nella regione: tra questi, gli ebrei (un gruppo di tribù semitiche nomadi) ed i filistei (un popolo egeo di razza indoeuropea dal quale la regione avrebbe preso il nome).
Verso il 1125 gli ebrei sconfissero i cananei ma la lotta contro i filistei, che avevano creato uno stato indipendente lungo la costa meridionale della Palestina, fu più ardua. La minaccia filistea spinse gli ebrei a unirsi intorno ad una monarchia e con re Davide, dopo il 1000 a.C., crearono un vasto stato indipendente la cui capitale era Gerusalemme. Durante il regno di Salomone (figlio di Davide) Israele ebbe un periodi di pace e di prosperità, che si interruppe con la sua morte: il regno venne diviso in Israele (a nord) e Giudea (a sud); Israele divenne parte dell’Assiria fra il 722 ed il 721 a.C., mentre il regno di Giudea fu conquistato nel 586 a.C. dai babilonesi, che distrussero Gerusalemme e costrinsero gli ebrei all’esilio. Quando Ciro il Grande, re di Persia, conquistò Babilonia nel 586 a.C., gli ebrei tornarono in Giudea e fu concessa loro una notevole autonomia. Essi ricostruirono le mura di Gerusalemme e codificarono la Torah.
I greci si sostituirono ai persiani dopo che Alessandro Magno, nel 333 a.C., conquistò la regione. Il controllo della regione passò successivamente ai Tolomei d’Egitto e ai Seleucidi di Siria, che tentarono di imporre cultura e religione ellenistiche. Nel II secolo a.C., guidati dai Maccabei, i giudei si ribellarono ed instaurarono uno stato indipendente che durò fino a quando Roma conquisto la Palestina e ne fece una provincia governata da re ebrei.
Dopo le due rivolte giudaiche contro la romanizzazione della regione, la Palestina fu chiamata Syria Palaestina e Gerusalemme Aelia Capitolina; in questo periodo ebbe inizio la diaspora ebraica. A partire dall’Editto di Costantino del 313 d.C. la Palestina, la “Terra Santa”, divenne il centro del pellegrinaggio cristiano.
Il dominio romano (interrotto da una breve occupazione persiana) terminò quando gli arabi invasero la regione e occuparono Gerusalemme nel 638. Gerusalemme divenne la terza città santa dell’Islam, anche se i musulmani non obbligarono i palestinesi a professare la loro religione e passò più di un secolo prima che la maggior parte di essi si convertisse all’Islam. Ai restanti cristiani ed ebrei fu concessa autonomia e furono loro garantite sicurezza e libertà di culto. Da allora, la Palestina visse un lungo periodo di prosperità che durò fino al XIII secolo d.C. (allorché fu conquistata dai mamelucchi).
Con la conquista ottomana del 1517 si apre la fase moderna della storia della Palestina, le cui caratteristiche ne hanno condizionato le vicende fino ai nostri giorni. L'intera area palestinese rimase sotto il dominio dell'Impero Ottomano fino alla prima Guerra Mondiale (tranne qualche breve interruzione) allorché, gli inglesi, aiutati dagli arabi ai quali avevano promesso l’indipendenza, conquistarono la Palestina agli ottomani dopo aver stretto un patto segreto con Francia e Russia (1916) per dividere e governare con loro la regione.
Il contesto odierno è riconducibile al 1948 (termine del Mandato britannico e dichiarazione unilaterale della costituzione di Israele) e, più direttamente, agli avvenimenti del 1987, quando un movimento popolare di protesta pacifica ha riaperto le possibilità di un accordo tra Israele ed un “governo” palestinese, allora in esilio. Un “accordo” che ha attraversato gli anni ‘90 con momenti più o meno positivi, giocati attorno all’ipotesi della convivenza pacifica di due popoli in due stati contigui.
L’Intifada (la così detta “prima Intifada”, dal 1987 al 1993) ha riaperto i negoziati bilaterali fra Palestina ed Israele, grazie ai quali si è giunti, nel 1994, alla proclamazione dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), che si esplicherebbe su quell’area oggi identificata come “Territori Autonomi Palestinesi” (in Inglese, Palestinian Self-Rule Areas)..
L’accordo di pace (Negoziati di Oslo e accordi di Washington, 1993) ha permesso la costituzione di un governo parzialmente indipendente, come pure ha consentito il ridispiegamento della forze israeliane e l’arrivo di forze di polizia palestinesi nelle aree autonome, dando il via ad un sistema nazionale di sicurezza pubblica. Dal punto di vista amministrativo, l’Autonomia ha comportato la creazione dei Ministeri, chiamati ad organizzare ed a gestire una struttura ed una rete di organizzazioni che potessero amministrare gli aiuti provenienti dai donatori internazionali. In questo quadro anche la società civile organizzata - che naturalmente non aveva mai cessato di rispondere ad alcuni bisogni della popolazione anche in fase do occupazione militare – ha ripreso vigore organizzandosi in forme moderne (creazione di ONG, per esempio, di coordinamenti, di capacità di relazione con vari sistemi di cooperazione internazionale) e rapportandosi con il sistema amministrativo “autonomo”.
Nuovi accordi del 1995, noti come Oslo 2, prevedevano l’allargamento dell’autogoverno palestinese su ulteriori zone della Cisgiordania. In pratica, però, tali accordi aspettano ancora di essere attuati a causa di un nuovo grave conflitto sviluppatosi a partire dal febbraio del 2001.
In tale quadro nasce e si sviluppa quella che viene ormai comunemente definita la “seconda Intifada” (ottobre 2000), anche se le caratteristiche odierne poco hanno a che fare con il precedente movimento popolare. Nata come reazione di protesta ad una iniziativa dell’allora capo dell’opposizione al governo israeliano Ariel Sharon (28 settembre 2000, manifestazione nella Spianata delle moschee di Gerusalemme), nel volgere di brevissimo tempo essa diventa un movimento condiviso da ampi strati della popolazione palestinese. Purtroppo parallelamente prende forza una serie di attentati terroristici ai danni della popolazione di Israele e degli insediamenti illegali, ai quali Israele risponde con un’escalation militare tuttora in corso, che ha trascinato nella guerra i due popoli impegnati nel difficile e controverso “processo di pace”. A partire dal 29 marzo del 2002 la situazione è ulteriormente precipitata: a seguito delle incursioni militari che hanno portato alla rioccupazione delle principali città, dei campi profughi e di alcuni villaggi palestinesi, la restrizione ai movimenti delle persone e delle merci si è trasformata in coprifuoco ed azioni militari, con il blocco totale di una elevata percentuale di popolazione araba dell’intera Cisgiordania, a cui fa eccezione praticamente soltanto la popolazione di Gerusalemme Est.
Caratteristiche geografiche della Palestina
Sulla base dell’ultima serie di accordi tra israeliani e palestinesi, possiamo dire che la Palestina consiste nei due territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, attualmente separati da territori annessi ad Israele.La Cisgiordania si estende su una superficie complessiva di circa 5.800 chilometri quadrati, a cui si bisogna aggiungere la Striscia di Gaza, che si estende per circa 365 Kmq.
Nonostante la limitatezza dell'area, queste zone offrono una notevole variabilità climatica, che si concretizza nella differenziazione in quattro agro-ecoregioni nella Cisgiordania ed in tre per la Striscia di Gaza.
Nella Cisgiordania si distinguono:
La regione semicostiera, nella porzione nord e nordoccidentale, caratterizzata da una morfologia che varia da subpianeggiante a collinare, con precipitazioni relativamente elevate (intorno ai 600 mm annui) e temperatura mite. In questa regione, che occupa una superficie di circa 400 kmq, trovano ampia diffusione le coltivazioni orticole irrigue, gli agrumi e gli allevamenti di bovini, ovini e avicoli.
La regione montuosa centrale, che attraversa la Cisgiordania da nord a sud (da Jenin a Hebron), dividendola in due versanti: quello semiarido orientale (rivolto verso la valle del fiume Giordano) e quello umido occidentale (rivolto verso Israele e la regione costiera. Le precipitazioni medie annue variano dai 700 mm nella parte centrale e settentrionale ai 400 mm nella zona meridionale. Le temperature variano a seconda delle quote orografiche: l'inverno é rigido al sud e nella zona centrale. Questa regione occupa una superficie di circa 3.500 kmq ed é la più estesa di tutta la Cisgiordania. In alcune aree (Ramallah e Hebron) i rilievi montuosi superano i 1.000 metri di quota s.l.m. Questa zona, sottoposta ad una erosione idrica di discreta intensità, é caratterizzata dalle tipiche sistemazioni a terrazzo artificiale utilizzate al nord per la coltivazione dell'olivo e, subordinatamente, per le colture erbacee aride (orticole, cereali e leguminose); nella parte a sud l'uso del suolo é prevalentemente rivolto alla coltivazione della vite e di alberi da frutto. Per quanto riguarda l'allevamento, la diffusione dei bovini prevale al centro e al nord, mentre gli ovi-caprini, pur abbondantemente presenti in tutto il territorio, prevalgono nella porzione meridionale di questa regione agroecologica.
La regione del versante orientale, area di raccordo tra le alture della regione montuosa centrale e la profonda depressione della valle del fiume Giordano, è compresa tra i circa 800 m s.l.m. nella parte alta del versante e i 50 m sotto il livello del mare nella parte bassa del versante. Questa zona ha un'estensione di circa 1.500 kmq ed é circoscritta a nord dal distretto di Jenin e a sud da Hebron e dal Mar Morto. Il clima di questa regione é tipicamente semiarido (precipitazioni tra 150 e 350 mm annui) con vegetazione arbustiva rada ed erbacea stagionale. Per queste caratteristiche l'area é prevalentemente utilizzata a pascolo estensivo, praticato ancora oggi in forma seminomadica dai beduini.
La regione della valle del Giordano, con estensione di circa 400 kmq. Si tratta di una zona depressa con quote fino ai 200-300 metri sotto il livello del mare. E’ caratterizzata da un clima assolutamente unico, dovuto alla posizione fortemente depressa. L'inverno caldo e l'estate torrida fanno di questa regione una sorta di "serra naturale" con un fragile sistema ecologico. Le precipitazioni sono scarse (100-250 mm annui) e le notevoli potenzialità agricole trovano un freno nella limitata disponibilità di acqua, proveniente prevalentemente dalle zone montuose circostanti. L'attività agricola é imperniata su colture tropicali e subtropicali (banane, datteri, agrumi) e orticole di contro stagione. L'allevamento é rappresentato prevalentemente da ovini e caprini.
Assetto politico-amministrativo
Il processo di "transizione" verso il definitivo status di autonomia palestinese previsto dagli accordi di Oslo è avanzato in modo parziale e con estrema lentezza ed incertezza fino allo scoppio della seconda Intifada. Da quel momento è arretrato nei fatti, anche se non formalmente. L’ANP è arrivata a controllare solo una parte modesta della Cisgiordania, ancora oggi è in gran parte classificata come Area C e quindi sotto il controllo israeliano.
Dati demografici, socio-economici, sanitari, occupazionali di medio/lungo periodo
La popolazione palestinese é dispersa. La maggior parte di essa é considerata dalle Nazioni Unite come rifugiata. Dei 8,4 milioni di palestinesi, 2,9 milioni vivono nei Territori Autonomi Palestinesi (di questi, circa 1.900.000 in Cisgiordania -inclusi i circa 210 mila abitanti di Gerusalemme Est- ed il resto nella Striscia di Gaza; censimento del Palestinian Central Bureau of Statistics del 1997), circa 1 milione in Israele ed il resto in altri paesi. Si tratta di una popolazione giovane: circa il 48% é sotto 15 anni e solo il 7% ha più di 55 anni. La crescita naturale della popolazione raggiunge il 3.4%, quindi si stima che nel 2010 la popolazione della Cisgiordania possa aumentare di 700 mila unità. A tali stime vanno aggiunte le persone che si presume vogliano rientrare nel paese dalla diaspora. La stima per la Cisgiordania é di 450 mila persone entro il 2010.
Le condizioni sociali del paese presentano gravi deficit. Il numero medio di studenti per classe é di 43 alunni. Circa 280 villaggi, ossia il 14% della popolazione, non ha accesso a strutture sanitarie. Ci sono 12 medici ogni 10.000 abitanti (in Giordania 24/10.000; in Israele 28/10.000). La percentuale di letti ospedalieri per ogni 1.000 abitanti é di 1,15. La mortalità infantile era del 29/1.000 nel 1997. La speranza di vita media era di 70 anni per gli uomini e di 74 per le donne nel 1997 (la più alta tra i paesi arabi).
La densità abitativa sta crescendo progressivamente. Il 28% delle famiglie vive in condizioni di sovraffollamento con più di tre persone a stanza. Il 30% delle famiglie vive in unità con due famiglie o più. Oggi si stima che oltre il 30% della popolazione viva sotto la soglia di povertà (e fra questi, oltre due terzi della popolazione totale di Gaza) .
Contesto macro-economico del paese (di lungo periodo)
Negli ultimi trenta anni il livello di crescita economica e lo sviluppo dell'economia dei Territori Autonomi Palestinesi é stato condizionato dalle sue relazioni con la più grande e più dinamica economia israeliana. Gli elementi di base della politica economica di Israele per tutto questo periodo (non solo durante l'occupazione militare, ma anche durante questi ultimi anni di parziale controllo palestinese) sono stati intesi a permettere una sostanziale libertà di movimento ai lavoratori e alle materie prime tra Israele ed i Territori Autonomi Palestinesi, a restringere il commercio di questi ultimi con il resto del mondo e generalmente ad inibire la produzione agricola e manifatturiera palestinese che potesse competere con quella israeliana. Tutto questo in aggiunta ad un sviluppo del settore pubblico minimo.
Il livello di vita e il reddito medio palestinesi sono cresciuti notevolmente, ma le politiche israeliane hanno di fatto creato una crescita sbilanciata e notevoli distorsioni nel settore del lavoro, del valore della terra e nel mercato, riducendo la sostenibilità della agricoltura, dell'industria e dei servizi. Questa stretta relazione ha anche lasciato l’economia dei Territori Autonomi Palestinesi vulnerabile agli shock esterni, come instabilità civile, coprifuochi, recessione israeliana e, dal 1993, chiusure e separazioni del territorio.
Con l'istituzione della Autorità Palestinese, numerosi progetti economici di sviluppo hanno preso avvio, ma i palestinesi dipendono ancora totalmente dal sostegno esterno: durante il periodo 1992-96 il PNL é decresciuto del 23 %, mentre la popolazione é cresciuta del 26%: uno sviluppo economico allarmante. Una parte sostanziale di tale decremento può essere attribuita alla perdita di opportunità di lavoro per i lavoratori palestinesi in Israele ed alla rapida diminuzione degli investimenti privati. Il miglioramento degli ultimi anni, con un PNL del 1998 salito del 15% rispetto al 1996, è oggi pesantemente compromesso dal fallimento del processo di pace. La spesa totale é cresciuta nel 1996 solo del 3.5%. Le instabili condizioni economiche e politiche hanno avuto un impatto negativo sugli investimenti. Il tasso di inflazione, che ha mantenuto la parità con Israele, nel 1998 ha raggiunto il 9,7%.Eppure, malgrado le condizioni economiche si siano deteriorate dopo il 1992, molti uomini d’affari palestinesi stanno perseverando nelle loro attività anche nell’acuirsi del conflitto. Questo fatto suggerisce l'esistenza di una significativa determinazione da parte dei palestinesi che, durante anni di occupazione e di incertezza, hanno imparato a sopravvivere in condizioni avverse. Vanno sottolineati anche altri fattori positivi, come una popolazione relativamente scolarizzata, importanti risorse finanziarie e imprenditrici sia in loco che dalla diaspora, un settore non governativo molto attivo e straordinarie opportunità turistiche scarsamente valorizzate.
Contesto macro-economico del paese (di breve periodo)
Prima dell’invasione sistematica dei Territori (29 marzo 2002), ed a partire dall’inizio della seconda Intifada, la chiusura dei terrori ha impedito a 145 mila lavoratori palestinesi di raggiungere i propri luoghi di lavoro nel mercato israeliano. Anche le produzioni locali palestinesi sono state gravemente colpite dall’iniziativa militare, causando l’incremento della disoccupazione. A causa di questi fattori, la disoccupazione e l’incidenza della povertà sono aumentate in modo consistente, a discapito dell’economia di molte famiglie palestinesi.
La disoccupazione nei Territori è aumentata da 73 mila unità (il 10% della forza lavoro) del periodo precedente l’Intifada (fine anno 2000) a più di 172 mila unità (26% della forza lavoro) alla fine del 2001. La percentuale di famiglie sotto la soglia della povertà ha raggiunto il 62% del totale, mentre il 47% delle famiglie ha dimezzato il proprio reddito. Non sono ancora disponibili le statistiche ufficiali sul periodo successivo al 29 marzo per la Striscia di Gaza, ma si calcola (DWRC, giugno 2002) che almeno 39 mila palestinesi ancora in grado di raggiungere il mercato israeliano, non lo siano più dopo l’invasione; 52 mila lavoratori temporanei del settore privato non sono più in grado di lavorare: di conseguenza almeno il 47% della forza lavoro di Gaza è oggi disoccupato. La percentuale di famiglie sotto la soglia della povertà è di conseguenza aumentata ed aumenterà sicuramente nei mesi a venire.
La condizione giovanile
Si sa che i bambini sono sempre le principali vittime dei conflitti e la Palestina non fa certo eccezione, anzi. Quando si parla di adolescenti palestinesi, il pensiero corre inevitabilmente alle giovanissime vittime della repressione militare: 288 minori sono rimasti uccisi dall’inizio della seconda Intifada (29 settembre 2000) al 21 marzo del 2002 (il 22% delle 1.286 vittime palestinesi tra queste due date aveva meno di 18 anni). Una cifra sicuramente intollerabile, ma che non esaurisce affatto i termini della questione: i feriti, molti dei quali porteranno il peso di un’invalidità per tutta la vita, sono migliaia. Ad essi vanno aggiunti i senza tetto (a causa della demolizione della propria casa, avvenuta spesso sotto i loro stessi occhi), quelli che sono rimasti orfani e quelli che hanno visto portare via il padre, e non sanno se e quando tornerà. Tutti portano il peso di traumi psicologici difficilissimi da superare e su tutti pesa la cappa della povertà, che in soli due anni ha toccato picchi inimmaginabili della popolazione.
La povertà
Oltre il 56% delle famiglie palestinesi – una famiglia media è composta di due adulti e cinque bambini – ha più che dimezzato il reddito su cui poteva contare prima del settembre 2000. Il 58% delle famiglie della Cisgiordania e l’85% di quelle della Striscia di Gaza vivono ormai sotto la soglia della povertà, il 45% in Cisgiordania e l’81% a Gaza sopravvivono grazie all’aiuto umanitario (da UNRWA, ANP e altri) in cibo o in denaro, ma ben l’81% non riesce a soddisfare i bisogni primari ed avrebbero bisogno di ulteriore assistenza. Il 62% delle famiglie ha drasticamente ridotto i consumi di carne e frutta, mentre il 38% ha dovuto ridurre tutti i propri consumi alimentari. I bambini in condizione di vita al di sotto della soglia di povertà erano 417.000 (25%) nel 1998, 800.000 (42%) nel 2000, 830.000 (50%) nel 2001
La scuola
Il totale della popolazione palestinese sotto i 18 anni è stimato in 1.752.000 unità che, su un totale di circa 3.300.000 persone, costituisce il 53% della popolazione . Di questi, il 35% ha meno di 4 anni, il 29% tra 5 e 9 anni, il 24% tra 10 e 14 anni, il 12% tra 15 e 18 anni.
La scolarizzazione dei palestinesi è sempre stata la più alta di tutto il mondo arabo, toccando non di rado le vette dell’eccellenza, con professionisti specializzati in Europa o negli Stati Uniti, livelli di insegnamento ragguardevoli, priorità altissima all’educazione dei figli nel bilancio di ogni famiglia. Il tasso di scolarizzazione è quindi da tempo del 100%, di cui il 68% frequenta scuole governative, il 26% scuole dell’UNRWA e il 6% scuole private. Da notare che il rapporto studenti/insegnanti nelle scuole governative è di 28,7, in quelle dell’UNRWA (localizzate soprattutto nei campi profughi) di 39,5, in quelle private di 18.
Il tasso di abbandono scolastico alle secondarie continua ad essere più alto per le femmine (6,6%) che per i maschi (4%), dato da mettere in relazione con l’alta percentuale (50%) di ragazze che si sposano prima dei 18 anni.
L’impatto del conflitto e dell’occupazione sull’educazione è stato pesantissimo: le scuole danneggiate o comunque chiuse per lunghi periodi sono state 850, 185 sono state bombardate e 25 completamente distrutte, mentre 7 sono state chiuse e 3 usate come basi dai militari della forza di occupazione.
Secondo stime dell’UNICEF, 600.000 studenti (più di un terzo del totale) non hanno potuto frequentare regolarmente la scuola nell’anno scolastico 2001/2002 per la situazione di conflitto e/o le restrizioni imposte dall’esercito israeliano. Da parte delle famiglie, ha giocato prima di tutto la paura per quanto può accadere ai bambini e ragazzi nel semplice tragitto casa-scuola e ritorno. Quasi ogni giorno, gli studenti che hanno deciso di affrontare questo rischio sono usciti da casa senza sapere se al check point sarebbe stato loro permesso di raggiungere la scuola e, in caso affermativo, se e come sarebbero riusciti a rientrare a casa nel pomeriggio.
Pesa inoltre sempre più il costo economico dell’educazione: rette, libri, cancelleria e abiti. Cominciano ad essere numerose le famiglie che non possono più pagare la tassa minima (12 dollari all’anno) necessaria per accedere alle scuole governative. A nessun bambino è stato negato l’ingresso a scuola per il mancato pagamento della tassa, ma questo significa che le scuole fra breve non potranno più pagare l’acqua e l’elettricità, per non parlare dei sussidi didattici.
Infine, il periodo prescolare: prima della seconda Intifada circa il 30% dei bambini tra i 4 ed i 6 anni andava all’asilo, percentuale oggi vicina allo 0, sia per motivi economici, sia per la paura che i bambini possano essere uccisi o feriti nel tragitto casa-asilo. La povertà porterà quasi sicuramente la stragrande maggioranza delle famiglie a rinunciare all’educazione prescolare per molti anni a venire.
La salute
Il conflitto e la rioccupazione dei Territori hanno posto un’ipoteca pesantissima anche sulle prospettive di salute, in particolare quella dei “soggetti deboli”, tra i quali i minori. Non si tratta solo dei circa 7.000 minori feriti (almeno 500 dei quali, secondo stime dell’UNICEF, hanno riportato un’invalidità permanente), che pure costituiscono un problema gigantesco, soprattutto se visto nel quadro dell’impoverimento precipitoso e generalizzato delle famiglie. Le cronache ci hanno riferito i casi più eclatanti (i 12 bambini nati ai check-point, quasi metà dei quali subito morti), ma il problema di riuscire a raggiungere un centro sanitario è per i palestinesi almeno altrettanto grave (e spesso insolubile) di quello di raggiungere una scuola o un posto di lavoro.
Secondo il Ministero della Sanità dell’ANP , le ripercussioni sono particolarmente preoccupanti sul servizio di vaccinazioni e su quello di assistenza sanitaria e nutrizionale prenatale e neonatale. Non è stato possibile negli ultimi mesi portare avanti con regolarità il programma di vaccinazioni: quelle mancate o ritardate, a causa dell’impossibilità di raggiungere i centri sanitari, hanno riguardato 500.000 bambini e si sa che per le vaccinazioni la tempestività e la regolarità sono componenti essenziali dell’efficacia.
Sempre per l’impossibilità di muoversi, il 76,6% delle donne in gravidanza non hanno potuto essere vaccinate contro il tetano e pochissime hanno potuto usufruire dei servizi prenatali, per non parlare della possibilità di partorire in un ospedale.
Anche l’assistenza ai disabili è stata praticamente annullata dalle continue chiusure. Nonostante gli sforzi delle varie organizzazioni che hanno cercato di portare un minimo di assistenza sanitaria alla popolazione, la povertà pesa anche qui come un macigno: non solo qualunque spesa relativa alla salute è un lusso per famiglie che vivono con 2 dollari al giorno, ma la malnutrizione, che interessa sempre più bambini, alimenta il circolo vizioso delle infezioni.
Il danno fisico alle istituzioni sanitarie pubbliche e para-pubbliche è stato relativamente modesto, se paragonato alle infrastrutture di altri settori. I danni sono piuttosto dovuti, secondo molti osservatori (OMS), alle interruzioni di elettricità e di altri servizi pubblici. Il problema alla mobilità causato dalla chiusura delle aree urbane e rurali ha però arrecato danni al funzionamento del sistema, con un Ministero che funziona al massimo al 30%. Il sistema dei servizi non governativi, basato prevalentemente su centri sanitari periferici e su interventi comunitari, è danneggiato dagli stessi problemi di mobilità delle persone e dei materiali. Queste organizzazioni stanno cercando di sviluppare sistemi flessibili collegati a centri sociali polivalenti, oppure alla possibilità di movimento del personale non locale. Fortissime preoccupazioni vanno alla capacità di sostenere i programmi di vaccinazione e di controllo della sanità ambientale nelle comunità, sempre a causa delle difficoltà di mobilità. E’ evidente la necessità, segnalata con vigore dai responsabili dell’OMS, di sostenere il sistema di salute mentale per il crescente livello di stress, depressione e aggressività a cui sono soggetti soprattutto i più giovani. La capacità delle autoambulanze di muoversi in zone anche limitate ma interrotte dal sistema dei check point è assolutamente imprevedibile.
Rapporti del Ministero della Sanità e dell’UNWRA – ripresi dall’Health Action Response Team (OMS – Cooperazione italiana) indicano la seguente situazione:
- un aumento dei nati morti del 12,4% in Cisgiordania e del 16,1% nella Striscia di Gaza;
- un crollo del 40% dei programmi di vaccinazione nelle scuole;
- una diminuzione del 32% nella somministrazione del vaccino antitetanico nelle donne incinte;
- una diminuzione del 52% delle donne che si presentano alle cliniche pre-natali;
- un aumento del 29% dei parti in casa in Cisgiordania;
- un peggioramento della qualità dell’acqua dovuto a una diminuzione del 50% nel campionamento e clorazione;
- un evidente non quantificabile peggioramento delle condizioni psicologiche del benessere sociale delle comunità;
- copertura vaccinale crollata dal 95 al 65%;
- oltre 600 mila bambini in Cisgiordania non sono stati immunizzati, negli ultimi 6 mesi, contro il morbillo e le altre malattie infettive.
La violenza e il disagio
Un problema di cui si sa ancora relativamente poco è quello delle persone arrestate e detenute dalle forze armate israeliane, fuori da qualunque garanzia legale e umanitaria: si calcola che esse siano circa 5.000, tra i quali circa 700 minori (anche se si hanno conferme ufficiali solo per 190). Un problema, quello dei minori detenuti illegalmente, che ha già attirato l’attenzione di campagne umanitarie.
Un problema che interessa invece la quasi totalità delle famiglie è quello degli effetti psicologici della violenza. Si può dire che non c’è minore che non sia stato testimone di una sparatoria, della demolizione di un casa, che non abbia visto un ferito morire dissanguato, file di prigionieri bendati (tra i quali magari il padre o il fratello maggiore), per non parlare della paura quotidiana all’uscire da casa o al tentare di rientrarvi, dello stress causato dalla minaccia continua delle armi e dei carri armati, dai boati dei bombardamenti, dall’insicurezza continua e totale per la propria vita e quella dei propri cari. Per un bambino, che dipende dagli adulti per il soddisfacimento di tutti i propri bisogni, la morte di un genitore può apparire come una prospettiva più terribile ancora della propria morte.
Non stupisce quindi che il 70% delle famiglie palestinesi denunci almeno un caso di bambini con disagio psicologico di varia entità, dalla semplice ansia a depressioni o nevrosi vere e proprie. Si tratta quasi sempre di disturbi che il bambino si porterà dietro per sempre e che determineranno molti dei suoi atteggiamenti da adulto. Può sembrare a prima vista un aspetto secondario, ma va considerato anche che i continui coprifuochi e la paura di uscire all’aperto hanno quasi (per oltre il 50%) annullato la vita ricreativa e le possibilità di socializzazione dei minori, con gravi conseguenze sulla salute fisica ma soprattutto mentale, per lo stress continuo e la solitudine: si sa che, per gli adolescenti, la socializzazione con i propri coetanei è la vita stessa. In mancanza di strutture sicure e accessibili per il tempo libero, spesso l’unica risorsa rimane la televisione o, quando si può, la strada. Non è sicuramente un caso che il consumo di droghe “povere” sia in vertiginoso aumento e che i minori autori di crimini abbiano superato quota 1.000.

