Qualche domanda sulla questione del debito estero dei paesi poveri
Pubblicato sulla rivista dell’associazione internazionale degli studenti di economia e commercio, ottobre 2000.
La forte riproposizione del tema del debito estero dei paesi poveri, grazie alla campagna giubileo 2000, alla Chiesa cattolica e alle prese di posizione di qualche persona di spettacolo, è certamente un fatto positivo. Questo tema rischiava infatti di non risultare più di alcun interesse - e meno che mai per il largo pubblico - da quando le istituzioni finanziarie internazionali hanno sviluppato strategie ormai abbastanza consolidate di gestione delle crisi da indebitamento. Più volte, dagli '80 a oggi, economisti alla moda hanno proclamato ormai "superata" la questione del debito. Valga per tutti l'allegra affermazione di Rudiger Dornbush, il quale qualche anno or sono, una volta superata la crisi di insolvenza del Messico, dichiarò che "nei prossimi tempi in Messico il denaro sarà copioso".
Questi profeti, e con loro il Fondo Monetario Internazionale, vedevano solo un aspetto della questione, quello delle difficoltà in cui venivano a trovarsi le banche creditrici (quasi tutte statunitensi, europee o giapponesi) a causa del mancato recupero dei crediti concessi. Quando il FMI o i vari piano (Baker, Brady, …) sfornati dall'amministrazione statunitense risolvevano quest'aspetto (in genere ricorrendo a trasferimenti del credito dalle banche private a istituti pubblici), il caso era per loro risolto e il sistema finanziario internazionale poteva andare avanti senza rischi.
Ma in questo modo - ovviamente - la radice del problema, cioè le difficoltà dei debitori, non veniva affrontata e le crisi di insolvenza si sono ripresentate a gettito continuo, ognuna richiedendo nuovi interventi concertati dal FMI per evitare il "contagio".
Oggi, a distanza di quasi 20 anni dalla crisi messicana del 1982 che portò per la prima volta la questione a rilevanza mediatica, sarebbe il caso di porsi più di una domanda sull'efficacia delle ricette del FMI (e dei governi che ne determinano le scelte, cioè quelli dell'OCSE). Le strategie d lacrime e sangue imposte ai debitori, l'allineamento alle più strette direttive liberiste (privatizzazioni, abolizione di ogni limite ai commerci esteri, abbattimento di ogni sostegno a settori economici o sociali, riduzione all'osso della spesa pubblica) hanno determinato di certo un maggiore impoverimento di questi paesi ed è invece ancora da dimostrare come e quando apporteranno i benefici promessi dal FMI. Le Organizzazioni Non Governative che lavorano in questi paesi sui temi dello sviluppo, hanno visto troppo spesso le situazioni peggiorare per coltivare soverchie illusioni in tal senso.
Certo, viste da un altro punto di vista queste strategie hanno permesso un massiccio ingresso del capitale straniero, che ha potuto acquistare le imprese pubbliche messe sul mercato, hanno ridotto i prezzi internazionali di molti beni primari (grazie alla spinta generalizzata all'esportazione concorrenziale che hanno determinato), hanno permesso di tenere in piedi il flusso di interessi e ratei di pagamento che oggi, cifre alla mano, rappresenta un massiccio trasferimento di risorse finanziarie dai paesi poveri a quelli ricchi (alla faccia dell'aiuto allo sviluppo!). Eccetera. Sono soluzioni queste? Per chi? E per quanto tempo saranno sostenibili? Che effetto stanno avendo sul potere d'acquisto dei paesi poveri (cioè della maggioranza della popolazione mondiale) e quindi sulle prospettive della produzione a livello planetario?
Oggi, quindi, c'è chi propone la cancellazione del debito. E' un'idea senz'altro sensata, alla luce del fatto che tutte le altre strategie finora sperimentate (e a che prezzo!) hanno condotto al poco lusinghiero risultato che l'indebitamento del sud del mondo in vent'anni si è moltiplicato di 4-5 volte. Ma anche qui va posta qualche domanda.
Ridurre il debito di chi? In genere si risponde (e anche i nostri governi hanno ormai intrapreso questa strada): quello dei più poveri, per esempio l'Africa. Bene, ma questi debiti sono comunque inesigibili, data la situazione. La moratoria quindi ben venga, consentirà ai creditori di ripulire un po' i propri conti senza correre rischi, ma non cambierà per niente lo stato di difficoltà dei debitori, che continueranno a dover cercare finanziamenti per le proprie politiche economiche.
E che fare con i grandi debitori? Questi (America latina, Filippine, alcuni paesi arabi, alcuni paesi dell'est ex sovietico…) stanno svendendo tutto e - ad esclusione di ristretti ceti finanziari - sono oggi più poveri di 20 ani fa.
Ridurre come? La Chiesa - ad esempio - afferma che riacquisterà il debito di un paio di paesi africani e - da notizie di stampa - lo farà con risorse in realtà inferiori all'ammontare dello stesso debito. Questo è possibile solo acquistando i titoli di credito sul "mercato secondario", quello in cui i creditori si scambiano appunto i loro titoli, continuando a guadagnarci su. Ora, la Chiesa di certo non vuole guadagnarci, ma anche così non vi saranno nuove risorse per quei paesi.
Per non farla lunga, la soluzione duratura alla crisi del debito non è affatto perseguibile con strategie semplicistiche. Detto che la cancellazione del debito è un obiettivo da perseguire, bisogna anche dire che se al contempo (e non in un futuro ipotetico) non vi sono altre misure, essa servirà solo a far dire agli scettici tra qualche tempo: "visto? Abbiamo provato anche questa, ma i paesi debitori sono ancora in difficoltà".
Queste misure devono consistere nell'inversione dei flussi di risorse, accompagnata dalla certa destinazione di tali risorse. E' necessario che i governi creditori affrontino la cancellazione con le loro banche in modo diverso che ripagandole ancora (hanno già avuto abbastanza) e destinino invece le risorse a progetti di sviluppo nei paesi debitori. Atti concertati a livello mondiale di cancellazione anche dei debiti più grossi non metteranno a rischio il sistema finanziario se vi sarà una chiara scelta politica alle spalle (in fondo il sistema bancario si regge più sulla fiducia che sulle cifre effettive di bilancio).
E' necessario che i paesi debitori vengano messi nelle condizioni di utilizzare le nuove risorse davvero per interventi in campo economico, dell'alimentazione, della formazione, della sanità, per porre le premesse per l'unico sviluppo a garanzia del futuro: lo sviluppo umano. Questo può avvenire garantendo un forte controllo delle popolazioni, della società civile di quei paesi (e delle istituzioni internazionali come le Nazioni Unite, non di quelle finanziarie come il FMI) sull'utilizzo delle risorse.
E' indubbiamente la strada più lunga (d'altra parte 20 anni sono già passati invano con le strategie "ortodosse"), più difficile, che richiede un'inversione di rotta innanzitutto politica. Ma qualcuno sa suggerirne una più rapida, semplice ed efficace?
Alberto Sciortino
Cooperazione Internazionale Sud Sud

