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4 - Qual è la nazionalità delle vittime di tratta presenti in Italia?

E ORA TRATTIAMO DI TRATTA - Rubrica a cura di Serena Caputo

In Italia la tratta di esseri umani è una realtà largamente diffusa e oramai consolidata tant’è che il nostro rappresenta sia un paese di transito che di destinazione per le vittime.
Consultando i dati al momento disponibili si evince che il maggior numero di vittime di tratta proveniente da paesi extraeuropei presenti sul nostro territorio è di nazionalità nigeriana, mentre il più alto numero di vittime di tratta proveniente da paesi comunitari è di nazionalità rumena.
Altri contesti di provenienza sono il Brasile, il Marocco e la Cina; si è registrato il ritorno dell’Albania tra i paesi di origine delle vittime. Tra le nazioni prevalenti figurano anche vittime provenienti da Egitto, Bangladesh, Ghana, Tunisia, Senegal e Moldavia.
Fonti:
Punto e capo sulla Tratta
Piccoli schiavi invisibili
Report concerning the implementation of the Council of Europe Convention on Action against Trafficking in Human Beings by Italy


Nel Belpaese le cifre più alte che riguardano le vittime di tratta si riferiscono alla tratta a scopo di sfruttamento sessuale, a danno soprattutto di donne che hanno un’età compresa tra i 18 e i 25 anni, ma anche di minori, sia di sesso femminile che maschile, e di transgender.
Nonostante le percentuali siano più basse, numerose sono le vittime di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo. Più nello specifico, spesso questo tipo di sfruttamento avviene in agricoltura, in edilizia, nel settore dell’artigianato e in quello della ristorazione; in altri casi le vittime vengono invece obbligate all’accattonaggio, alla vendita di merce come ambulanti e ad attività illegali, come lo spaccio di stupefacenti o i furti. Certamente questo particolare fenomeno coinvolge innanzitutto uomini e minori di sesso maschile.
Da un lato i lavoratori nordafricani sono quelli più sfruttati in agricoltura , dall’altro “sono 28.000 i minori di 14 e 15 anni sia italiani che stranieri, coinvolti in Italia in attività lavorativa definibile a rischio di sfruttamento. [..] Il 27 % è costituito per lo più da ragazzi di origine straniera (in genere della Romania, Albania, Africa del Nord)”. Ovviamente siamo quasi sempre di fronte a minori stranieri non accompagnati.
Fonti:
Quasi schiavi (pag. 105)
Piccoli schiavi invisibili

Esiste una sorta di repulsione morale nei confronti della tratta che porta all’inserimento nel mercato del sesso, spesso lo sfruttamento lavorativo è culturalmente accettato e dunque si tende a tollerarlo. Così non è raro che gravi forme di sfruttamento sul posto di lavoro passino del tutto inosservate. Questo aiuta a comprendere perché sia ancora più difficile essere in possesso di dati precisi riguardo alla nazionalità delle vittime di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo.
Difatti anche per ciò che concerne altre forme di tratta, come quella finalizzata all’espianto degli organi, ai matrimoni precoci e alle gravidanze forzate, la scarsità dei dati e delle ricerche al momento disponibili non ci permette di considerare adeguatamente le proporzioni reali del problema, nonché le sue caratteristiche.

Negli ultimi anni si è osservato un incremento del numero di vittime di tratta di nazionalità nigeriana presenti nel nostro paese e inserite nell’industria del sesso. Per questo motivo prenderemo ora in considerazione la tratta delle donne nigeriane a scopo di sfruttamento sessuale, tenendo presente che spesso iniziano a esserne vittima quando sono poco più che adolescenti.
Cercheremo brevemente di analizzarne gli elementi distintivi e soprattutto le cause che portano sempre più persone a intraprendere il viaggio migratorio dalla Nigeria (soprattutto da Benin City, situata nello stato di Edo) all’Italia.
Al fine di comprendere quanto tale fenomeno sia in aumento, riportiamo le parole di Federico Soda, Capo Missione dell’ufficio dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, che di recente ha affermato “abbiamo notato in particolare un rilevante aumento di giovani ragazze provenienti dalla Nigeria: 1.290, circa il 300 % in più rispetto alle 392 arrivate l’anno scorso”.
http://www.italy.iom.int/index.php?option=com_content&task=view&id=318&Itemid=90

I contesti di provenienza delle donne nigeriane vittime di tratta sono caratterizzati da enorme povertà e da una vita fatta di stenti.
La Nigeria figura nella lista dei paesi più poveri del mondo, sebbene sia uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio e possieda enormi risorse naturali e umane. La presenza di una struttura statale debole, il fardello del debito pubblico, la corruzione istituzionalizzata, il mancato rispetto dello stato di diritto e una crescente polarizzazione della ricchezza non fanno altro che peggiorare le condizioni di vita della popolazione, sempre più incline a emigrare in cerca di fortuna.
Mai come al tempo della globalizzazione la povertà assume forme così estreme che acuiscono la situazione di vulnerabilità degli individui e soprattutto delle donne. Queste ultime, in assenza di alternative, in molti casi decidono di mettersi nelle mani dei trafficanti o ci finiscono, con l’inganno.
Senza dubbio la totale mancanza di prospettive per le donne nigeriane viene determinata da una cultura tradizionale fortemente maschilista in cui prevale la disuguaglianza di genere e, pertanto, la disuguaglianza di accesso al sistema educativo nazionale. Diviene difficile per una donna anche l’acquisizione di elementari capacità professionalità che le consentano di sbarcare il lunario in un contesto economico sociale già di per sé problematico.
Le giovani nigeriane che diventano vittime di tratta vengono adescate dalla cosiddetta maman, in genere una donna non estranea alla comunità che, come spesso avviene, si reca dalla famiglia della ragazza, proponendo per quest’ultima una vita migliore in Europa, o in altri contesti geografici, grazie alla disponibilità di lavori come la parrucchiera o la venditrice di frutta. Più raramente la maman esce allo scoperto sin dall’inizio e parla di prostituzione. La famiglia acconsente alla partenza della congiunta e di frequente la giovane si sottopone a un rito voodoo, il juju; esso costituisce un giuramento di fedeltà di carattere religioso-tradizionale che la tiene emotivamente incatenata alla situazione di schiavitù in cui si troverà, fino a quando non avrà risanato il debito contratto. Il viaggio migratorio è, infatti, a carico della ragazza che dovrà ripagarlo a caro prezzo, restituendo una cifra enorme alla maman.
Nel luogo di destinazione si può giungere sia in aereo, spesso con documenti o con un visto falso, che via terra (e poi via mare), attraversando anche zone desertiche in viaggi che possono durare settimane, se non mesi, e ai quali in molti non sopravvivono.
Una volta che la ragazza è giunta in Italia, vi è una pratica oramai consolidata secondo la quale la mamam sottrae il passaporto o qualsiasi documento di cui la vittima sia in possesso; in questo modo si aumenta la vulnerabilità e la ricattabilità di un soggetto che si trova già in una condizione di illegalità, essendo sprovvisto del permesso di soggiorno. Al contempo viene spiegato alla ragazza qual è il lavoro che dovrà fare per saldare il suo debito o, in alcuni casi, viene direttamente portata in strada, senza fornire alcuna spiegazione. Davanti a un rifiuto della vittima di prostituirsi scatta la violenza fisica e spesso lo stupro, quasi si trattasse di una sorta di rito di iniziazione. Oltre a ciò, si ricorre alla coercizione psicologica, ricordando alla vittima del juju e, qualora ciò non fosse sufficiente, si minacciano ritorsioni nei confronti della famiglia.
La mamam riferisce alla ragazza che deve ripagare un debito che si aggira attorno ai 50.000 € e che l’unico modo che una persona nella sua posizione ha per guadagnare dei soldi è prostituirsi. Non è raro che durante la permanenza della giovane in Italia il debito aumenti poiché la maman vi aggiunge ogni piccola spesa da lei effettuata per la ragazza; così l’acquisto di cibo, di vestiti, oltre all’affitto, grava completamente sulle spalle della vittima, che per la maman altro non è che un investimento.
Le condizioni di lavoro e i ritmi con cui esso viene svolto sono massacranti: si lavora ininterrottamente sette giorni a settimana e si guadagna circa 20 € a prestazione. Ripagare un debito di migliaia di euro, che aumenta costantemente, in questo modo risulta disumano e disumanizzante.

Una serie di azioni congiunte sono state intraprese su più fronti per arginare il flusso continuo di donne che si affidano ai trafficanti in Nigeria e si ritrovano in una condizione di schiavitù una volta giunte in Europa.
Indubbiamente la creazione di NAPTIP - National Agency for the Prohibition of Traffic in Persons and other related matters altro non è che la risposta del governo nigeriano alla piaga della tratta di esseri umani. Quest’agenzia venne creata nel 2003 grazie al Trafficking in Persons (Prohibition) Law Enforcement and Administration Act. La stessa NAPTIP, insieme all’UNODC - United Nations Office on Drugs and Crime, alla delegazione dell’Unione Europea e al servizio immigrazione nigeriano (Nigeria Immigration Service), nel 2012, ha lanciato nel paese africano una campagna nazionale contro la tratta di esseri umani e il traffico di migranti, nota con il nome “I am priceless”. Lo scopo era sollecitare le autorità e le istituzioni affinché adottassero politiche di supporto alla lotta alla tratta di esseri umani e al traffico di migranti. Inoltre si è cercato di diffondere informazioni sul fenomeno e di creare consapevolezza riguardo allo stesso all’interno delle famiglie e delle comunità, spesso tradite dalle false promesse di una vita migliore.
Bisogna considerare la mancanza di informazione riguardo ai possibili rischi che determinati canali di emigrazione possono comportare vuoto conoscitivo che si rivela a favore delle organizzazioni criminali cui i trafficanti sono affiliati.

In Italia la creazione di un piano nazionale anti-tratta rappresenterebbe un notevole passo in avanti nella raccolta dei dati e nell’individuazione delle vittime, oltre che uno strumento di lotta alle organizzazioni criminali transnazionali che hanno fatto della tratta di esseri umani un vero e proprio business. Dal punto di vista giuridico l’esistenza dell’articolo 18 del Testo Unico sull’Immigrazione costituisce un elemento di forza; tuttavia esistono numerose criticità riguardo alla sua applicazione nelle varie questure del nostro paese.
Alla luce di quanto fin qui sostenuto, si può affermare che le attività organizzate spontaneamente dalla società civile cerchino di compensare le deficienze del sistema istituzionale italiano, ma esse non sono sufficienti a sradicare il fenomeno multidimensionale della tratta di esseri umani e molto resta ancora da fare.

Approfondimenti:

http://saharareporters.com/2014/01/23/investigation-inside-nigeria%E2%80%99s-ruthless-human-trafficking-mafia-premium-times

http://mediavillageng.org/mecaht/

http://unesdoc.unesco.org/images/0014/001478/147844e.pdf

http://www.ansa.it/sito/notizie/magazine/numeri/2014/10/10/africa-take-away_9037661f-41a5-4e68-9ebf-686a1486678c.html

http://www.youtube.com/watch?v=tMef3Xt0IHk

http://www.youtube.com/watch?v=B_oqEShxICQ

http://www.unaqualunque.it/a/2494/il-gioco-del-potere-la-tratta-delle-donne-in-italia-la-storia-di-isoke-aikpitanyi.aspx

http://www.youtube.com/watch?v=1v1RLhpI36c

http://www.youtube.com/watch?v=QJW_hXwC3gI

http://www.youtube.com/watch?v=SvlPFEyqkuw

http://www.tusciaromana.info/3Cultura/c_noi_par_trafficking12.htm

http://www.youtube.com/watch?v=iO4VQTlgXC8

http://video.repubblica.it/le-inchieste/per-scappare-dalla-strada-nascondevo-i-soldi-nei-tampax/121638/120125

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