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5 - In Italia esistono leggi per tutelare le vittime di tratta?

E ORA TRATTIAMO DI TRATTA - Rubrica a cura di Serena Caputo

Consideriamo ora la legislazione esistente nel nostro paese per la tutela delle vittime di tratta.
La presente non costituisce una ricerca compiuta da professionisti del settore, tutt’altro, è una semplice indagine realizzata al solo scopo di fornire degli strumenti che permettano anche ai non esperti di avere una visione d’insieme del fenomeno. Speriamo che la lettura possa far comprendere a grandi linee il modo attraverso il quale il sistema giuridico nazionale si relaziona alla problematica della tratta.
Per chi sia interessato ad approfondire i contenuti di natura tecnico-giuridica, riportiamo le fonti dirette dalle quali provengono le leggi citate. Infine proponiamo la lettura di due interessanti interviste da noi realizzate.

In Italia sono stati fatti enormi passi in avanti dal punto di vista legislativo per tutelare le vittime di tratta. A partire dalla fine degli anni Novanta il legislatore ha emanato delle norme particolarmente innovative in materia, ancor prima che l’Unione Europea si pronunciasse a riguardo, tant’è che il sistema giuridico italiano è stato preso come esempio da molti paesi. Tuttavia quando ci troviamo di fronte all’applicazione pratica di tali leggi, vi sono numerose criticità che ostacolano il processo di tutela, protezione e integrazione delle vittime di tratta.
Nel 1998 in Italia è stato emanato il Testo Unico sull’Immigrazione che contiene l’articolo 18 (Dlgs 286/98), particolarmente rilevante poiché consente il rilascio di uno speciale permesso di soggiorno per i cittadini stranieri che risultino essere vittime di “violenza o di grave sfruttamento” e che si trovino di fronte a “concreti pericoli” per la loro incolumità. Il diritto di soggiorno permette alle vittime di intraprendere due percorsi: un percorso sociale che non prevede denuncia da parte della vittima e un percorso giudiziario, qualora si intenda denunciare i propri sfruttatori. Occorre sottolineare che la denuncia non è obbligatoria, così che in entrambi i casi la vittima ha la possibilità di sottrarsi alla violenza dell’organizzazione criminale e di accedere a particolari programmi di assistenza e integrazione sociale. Inoltre tale permesso di soggiorno è temporaneo ma può essere rinnovato per motivi di giustizia, prorogato se la vittima trova un lavoro, convertito per motivi di studio e revocato se il programma viene interrotto o se la vittima dimostra “condotta incompatibile con le finalità dello stesso”. Difatti l’articolo 18 del T.U. sull’Immigrazione permette alle vittime “l’accesso ai servizi assistenziali e allo studio, nonché l’iscrizione nelle liste di collocamento e lo svolgimento di lavoro subordinato.”
Fonte: http://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/98286dl.htm

Questi diritti sono stati estesi anche alle vittime di tratta provenienti da paesi membri, le quali hanno così la possibilità di entrare nei programmi di assistenza e integrazione sociale. Ciò si è dimostrato necessario con l’ingresso nel 2007 in Unione Europea di nazioni come la Romania e la Bulgaria, spesso contesti di origine delle vittime di tratta. Per tale motivo è stato introdotto il comma 6bis dell’art. 18 T.U sull'immigrazione.
Più recentemente abbiamo assistito all’inserimento dell’articolo 18 BIS nel Testo Unico sull’immigrazione (2013) che stabilisce il rilascio del permesso di soggiorno anche nei casi in cui il cittadino o la cittadina straniera siano vittime di abuso o di violenza domestica, in modo tale da permettere a questi ultimi di sottrarsi alla violenza.
Fonte: http://www.altalex.com/index.php?idnot=51626
Da non dimenticare poi l’articolo 19, comma 2-bis, del Testo Unico sull’immigrazione che impone il divieto di espulsione e di respingimento delle vittime di tratta.

La legge 228 del 2003, riguardante le “Misure contro la tratta di persone”, ha stabilito una pena che va da otto a venti anni per “chiunque commetta tratta di persone” (articolo 601 del Codice Penale). Più nello specifico, tale pena viene inflitta a chi induce la vittima a “fare ingresso o a soggiornare o a uscire dal territorio dello Stato o a trasferirsi al suo interno”. Se poi la tratta si rivela a danno di minori o allo scopo dello sfruttamento della prostituzione o del prelievo di organi, “la pena è aumentata da un terzo alla metà”. Allo stesso modo la modifica all’articolo 600 del Codice Penale, avvenuta attraverso la medesima legge, prevede una pena che va da otto a venti anni per “chiunque esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà ovvero chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa”.
Di grande rilevanza è l’articolo 13 delle “Misure contro la tratta di persone” che istituisce speciali programmi di assistenza per vittime di tratta e riduzione in schiavitù. Tali programmi consentono “in via transitoria, adeguate condizioni di alloggio, di vitto e di assistenza sanitaria”.
Fonte: http://www.camera.it/parlam/leggi/03228l.htm
Infatti da un lato esistono i programmi previsti dall’articolo 13 (legge 228/2003) per le vittime di tratta, i quali forniscono misure di supporto iniziale, come un’abitazione, cibo, assistenza sanitaria, legale e psicologica, per una durata che va da tre a sei mesi. Dall’altro lato l’articolo 18 T.U. sull’immigrazione permette il rilascio del permesso di soggiorno, qualora la vittima partecipi a dei programmi di protezione e integrazione sociale che comprendono l’assistenza sanitaria, psicologica e legale, oltre a garantire alla vittima di vivere in una struttura protetta e di prendere parte ad attività di inclusione scolastica e lavorativa. I programmi creati grazie all’articolo 18 T.U. hanno una durata di sei mesi, ma possono essere prolungati per un anno.
Riassumendo, in un primo momento si usufruisce dei programmi istituiti dall’articolo 13, durante un periodo di transizione, di recupero e di riflessione; dopodiché ci sarà il rilascio di questo speciale permesso di soggiorno che consentirà l’accesso vero e proprio ad un programma di assistenza sociale, così come previsto dall’articolo 18 T.U. sull’immigrazione.
(Report concerning the implementation of the Council of Europe Convention on Action against Trafficking in Human Beings by Italy)
Se finora ci siamo soffermati sulle norme che dovrebbero consentire la tutela effettiva delle vittime di tratta, bisogna adesso constatare ciò che avviene nella realtà, quando ci si trova di fronte all’applicazione pratica di quanto disposto dalla legge italiana.

Certamente, seppur l’articolo 18 T.U. sull’immigrazione si sia dimostrato innovativo, numerosi problemi sorgono nella sua applicazione poiché in tantissime questure del nostro Paese non si permette alla vittima di tratta di ottenere il permesso di soggiorno e di entrare nei programmi di protezione ed integrazione, se prima questi non ha esposto denuncia nei confronti dei suoi aguzzini. Eppure, secondo quanto emanato dal legislatore, la denuncia non è obbligatoria ma nella pratica quotidiana lo diviene.
Infatti la discrezionalità dei vari questori è totale e spesso viene considerato esclusivamente il percorso giudiziario. In questo modo la denuncia diventa merce di scambio: tu denunci, io ti concedo il permesso di soggiorno. L’alternativa per la vittima è rimanere nel circuito di violenza e sfruttamento al quale cerca di ribellarsi, a rischio della propria incolumità.

Un altro elemento di forte criticità è rappresentato dalla drastica diminuzione dei fondi destinati ai programmi per le vittime di tratta; a questo proposito l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione e la Piattaforma Nazionale Anti Tratta hanno creato una petizione online al fine di sollecitare le istituzioni italiane ad “adottare urgentemente i provvedimenti vincolanti previsti dal decreto 4 marzo 2014 n. 24”.
Tale decreto altro non è che il recepimento della Direttiva 2011/36/UE relativa a “la prevenzione e alla repressione della tratta di esseri umani e alla protezione delle vittime”, la cui elaborazione si è dimostrata particolarmente proficua e che lascia intravedere un barlume di speranza agli operatori del settore.
Difatti all’interno della direttiva europea 2011/36 la tratta viene riconosciuta come “una seria violazione dei diritti umani”, la sua prevenzione e repressione vengono definiti obiettivi prioritari dell’UE e degli stati membri. L’approccio utilizzato per il contrasto del fenomeno è di tipo globale. Si intende, perciò, coinvolgere anche i paesi terzi da cui spesso provengono le vittime e nei quali è fondamentale intervenire sulle cause che si trovano alla radice di questa nuova forma di schiavitù.
Il documento accenna a molteplici misure di assistenza e sostegno alle vittime, il ché fa comprendere quanto il livello di tutela previsto per le vittime sia alto, soprattutto se sono minori e, nello specifico, minori non accompagnati. Da non tralasciare il fatto che si assume una prospettiva di genere, parlando della “specificità di genere del fenomeno”, poiché lo sfruttamento sessuale, che riguarda in primis le donne, e quello lavorativo, spesso a danno di uomini, sono caratterizzati da dinamiche molto diverse da combattere perciò in modi diversi. Infine viene sottolineata l’importanza della società civile e delle organizzazioni non governative nella lotta alla tratta di esseri umani; a questo proposito si suggerisce agli stati membri di collaborare sempre più strettamente con esse.

Auspicando che il recepimento della Direttiva in Italia possa avere un impatto positivo nelle politiche, procedure e pratiche di tutela delle vittime della tratta, alcune domande rimangono ancora aperte:

1. quando il programma di protezione e integrazione sociale previsto dall’art. 18 T.U. sull’immigrazione termina, spesso le vittime di tratta che ritornano alla vita normale si ritrovano senza un lavoro attraverso il quale sostentarsi. Come si può agire sul percorso previsto dall’art. 18 T.U. affinché esso diventi un’efficace misura di prevenzione in grado di evitare la rivittimizzazione delle vittime?

2. L’aspetto più rilevante dell’art. 18 T.U. è il rilascio di uno speciale permesso di soggiorno alle vittime di tratta provenienti da paesi extraeuropei. In che modo l’art. 18 T.U. si pone a beneficio delle vittime di tratta provenienti dai paesi membri e che, quindi, non hanno bisogno del permesso di soggiorno?

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