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6 - In che modo i mass media trattano di tratta?

E ORA TRATTIAMO DI TRATTA - Rubrica a cura di Serena Caputo

Prima di interrogarci riguardo alle modalità secondo cui i mass media si occupano di tratta, una domanda sorge spontanea:


i mass media trattano di tratta?

Nei giornali, in radio o in tv difficilmente si parla di tratta di esseri umani, come se non fosse una tematica abbastanza appetibile per i fruitori dell’informazione. Quando, invece, l’argomento viene preso in considerazione, accade di frequente che lo si faccia definendolo in modo errato e piegandosi a facili semplificazioni. Non è dunque possibile rispondere con tono secco e risoluto all’interrogativo che ci siamo appena posti poiché la situazione è varia e molto articolata. Eppure sarebbe interessante comprendere qualcosa in più rispetto a questa reticenza dei mezzi di comunicazione nel trattare di tratta.

Ma veniamo a noi:


in che modo i mass media trattano di tratta?

Un fenomeno già di per sé complesso e sommerso come quello della tratta di esseri umani, non è semplice da raccontare e comunicare. La cosa diventa ancora più intricata se, nei casi sporadici in cui ciò avviene, lo si fa riportando i fatti in modo superficiale, senza un’osservazione attenta e critica che permetta di risalire alle cause e alle dinamiche degli eventi. Così facendo, si rinuncia a qualsiasi forma di analisi e di mediazione giornalistica; ciò che rimane è il semplice fattarello di cronaca messo in risalto dalla pomposità del titolo che oscura situazioni di grave sfruttamento e di vera e propria schiavitù.

Indubbiamente a monte vi è un problema di linguaggio che riflette l’impossibilità, o la mancata volontà, di spingersi oltre alla mera descrizione dell’accaduto, per motivi vari sui quali possiamo solo fare delle congetture.
In questo modo, se una vittima di tratta sfruttata nel campo della prostituzione viene uccisa, i giornali parlano dell’omicidio di una “prostituta” e accanto a tale termine probabilmente comparirà la nazionalità di quest’ultima (ad esempio “prostituta nigeriana”- la maggior parte delle vittime di tratta presenti in Italia viene dalla Nigeria), mentre per l’espressione “vittima di tratta” non c’è spazio. Far sì che l’attenzione del lettore si focalizzi sul fatto che la donna uccisa fosse una prostituta e aggiungere la sua nazionalità, senza nessun riferimento alla condizione cui era costretta, indica un atteggiamento superficiale, tendente alla semplificazione e che porta al consolidarsi di luoghi comuni difficili da estirpare (ad esempio il binomio immigrazione - illegalità).
I responsabili della tratta di queste giovani vengono definiti “connazionali”, “gli arrestati” o, al massimo, “i trafficanti”, termini che non fanno pensare alla sistematica violazione dei diritti umani perpetrata nei confronti delle vittime; nella migliore delle ipotesi si ricorre ad appellativi come “sfruttatori” o “schiavisti”.
Allo stesso modo, quando siamo in presenza di sfruttamento lavorativo, come quello che avviene in agricoltura, nell’edilizia, nel settore della ristorazione ma anche costringendo all’accattonaggio, secondo la narrazione dei mass media la vittima di tratta non appare mai come tale, piuttosto la si definisce spesso “lavoratore/lavoratrice”, “uomo/donna sfruttato/a”, la si etichetta come “mendicante” e solo a volte si usa il termine “schiavo/a”.

Accade spesso che in un articolo di giornale o in un servizio televisivo non si faccia alcun riferimento al fenomeno, sebbene ci si trovi chiaramente di fronte a delle vittime di tratta. Ciò avviene in modo sistematico, nonostante dietro il mercato dei nuovi schiavi si celino potentissime organizzazioni criminali transnazionali che ricavano guadagni astronomici da questo business.
Una situazione di sfruttamento lavorativo e sessuale che si perpetua da anni, ma venuta a galla solo di recente, è quella delle lavoratrici rumene nel ragusano. Saranno stati i forti interessi economici dei proprietari terrieri/sfruttatori a far sì che nessun operatore dell’informazione richiamasse l’attenzione dell’opinione pubblica sulla vicenda?
Ancora di più, quando sentiamo parlare del traffico di organi, la penna del giornalista o la voce del telecronista si limita, nella maggior parte dei casi, a descrivere le circostanze fondamentali, i luoghi, con un accenno molto vago alle persone coinvolte. Potremmo trovare un semplice riferimento a delle vittime provenienti da contesti di disagio e povertà, ma senza far nascere il dubbio nel lettore/spettatore che, prima di essere facili prede dei trafficanti di organi, esse fossero l’agnello sacrificale di una più ampia rete di sfruttamento con un commercio di ben altre proporzioni. Insomma, nulla di ciò che si afferma induce a pensare a delle vittime di tratta.

Non è raro poi che nel linguaggio giornalistico si confondano le espressioni traffico di migranti e tratta di esseri umani, il ché riflette una confusione di base. Certamente il confine esistente tra tratta e traffico diviene spesso labile e chi decide di affidarsi a un trafficante per superare il confine nazionale di un determinato Stato può rivelarsi anche vittima di tratta, ma ciò non toglie che siano due fenomeni ben distinti. Secondo questa strana logica, i termini tratta e traffico appaiono interscambiabili e, nel disorientamento generale, si verranno a creare delle grandi zone d’ombra.

Probabilmente uno dei motivi per i quali episodi di cronaca dietro cui vi sono vicende di tratta non vengono analizzati a fondo è che oggi l’operatore dell’informazione deve misurarsi con un flusso incessante e enorme di informazioni difficili da decifrare nei tempi ridottissimi a sua disposizione. L’era dei social media e del city journalism ha reso tutto più frenetico pertanto egli può solo limitarsi a ricostruire superficialmente le dinamiche dei fatti poiché lo deve fare nel più breve tempo possibile. Si è sempre alla ricerca di notizie lampo, di grande impatto, da inserire subito sulle piattaforme digitali e che generino un certo numero di visualizzazioni. La qualità del lavoro non può che risentirne.
Un’indagine più approfondita su questo tipo di vicende potrebbe essere condotta dal giornalismo d’inchiesta ma, come tutti sappiamo, al momento è particolarmente in crisi.

Occorre infine considerare che l’attività degli operatori dell’informazione è molto condizionata dalle decisioni editoriali della testata per cui lavorano piuttosto che dalle direzioni generali della rete televisiva in cui esercitano la loro professione.

Raccontare e comunicare la tratta di esseri umani correttamente porterebbe a una maggiore conoscenza e consapevolezza del fenomeno per un pubblico sempre più ampio; è importante che ciò avvenga in modo critico e responsabile affinché la protezione dei dati delle vittime sia costante. Difatti riportare il nome della vittima in un articolo di giornale potrebbe mettere in serio pericolo la sua incolumità, essendo suo malgrado immischiata in una rete di criminalità difficile da sgominare interamente. Sarebbe auspicabile ripartire dal linguaggio e tornare a chiamare le cose con il loro nome, evitando l’uso di titoli sensazionalistici e di espressioni discriminanti che rafforzano vecchi luoghi comuni e ne costruiscono dei nuovi. Solo così i mass media potranno contribuire a sconfiggere la tratta di esseri umani, piaga dilagante dei nostri tempi.

“Chiamare le cose con il loro nome” è possibile. Questa potrebbe essere la strada giusta:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/11/04/mendicanti-in-schiavitu-14-arresti-milano-case-in-romania-elemosine/1191235/

http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/472808/Sbarchi-l-allarme-dell-Oim-Boom-di-nigeriane-destinate-alla-schiavitu

 

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