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Diario dal Mediterraneo - La paura è dove si aggirano gli spettri (Libano)

di Luigi Menchini - 25 febbraio 2012

Per gli anglofoni sono gli “Shabeeha”, per gli altri invece Shabiha o Shabbiha; per quelli che ne scrivono in Arabo sono: الشبيحة‎, e possono spiegare che il termine è derivato dalla radice: شبيح‎, “fantasmi”, “spettri”; e che dunque il nome vuol dire più o meno letteralmente: “che sono come degli spettri”.

Trafficanti di tutto, dalle auto rubate dappertutto alle vite rubate dovunque, gli shabiha per molti anni hanno controllato i mercati suppostamente clandestini di tutto ciò che apertamente non si potrebbe vendere né comprare – ma che invece é stato sempre il fiorente import-export degli “spettri”.
Non si sono mai fermati, per decenni, non hanno mai conosciuto crisi, incuranti di guerre ed altre perturbazioni di mercato, hanno prosperato in questa regione di evanescenti frontiere e di confini sempre provvisori, dall’Iran e la Turchia al Libano ed alla Siria.
Una regione dove anche il diritto – i diritti umani, sopratutto - hanno da tantissimo tempo frontiere evanescenti, e dove tutte le leggi hanno confini provvisori, tutte le leggi sono volatili pezzi di carta... tutte, tranne quelle che reggono il vero rapporto col resto del mondo: le leggi del mercato, dei listini globalizzati dove tutto si trasforma in “commodities”, in merci, che obbediscono alla legge fondamentale della domanda e dell’offerta dettata dal potere dei più forti.

Sembra una legge scritta apposta per i shabiah, per gli spettri: nei loro listini da sempre entrano merci che si vorrebbero proibite, ufficialmente, e per le quali la domanda sempre supera l’offerta, perciò’.
Poco conta che siano esseri umani, armi, auto, droghe o sigarette quel che si vende, quel che si traffica; tutto sempre e comunque è soltanto una voce della “partita doppia” degli shabiah, che è così cresciuta – in pratica senza controllo né contrasto alcuno, a parte le blande condanne soltanto a parole.

Non si può neanche dire che siano mai stati talmente legati a problemi di una qualche appartenenza – fosse etnica o religiosa o d’altro tipo: in questa regione di grandi divisioni di origini e fedi, hanno fatto di se stessi come un “enclave virtuale” senza restrizioni di credo religioso o politico, di nazionalità o di etnia.
Le loro “credenziali” sono analoghe a quelle di un mafioso italiano o russo, a quelle di un narcotrafficante colombiano o messicano; e come quelli, pure gli shabiah da sempre soffrono di un’intolleranza feroce nell’ingerenza dello stato – degli stati, nei loro affari e stile di vita.

Ultimamente però stanno cambiando in questo, gli spettri, perchè hanno scoperto il business forse più reditizio, quello che rende di più di qualsiasi traffico: l’ingenua voglia di libertà della gente comune, la gente della strada, degli illusi, crea opportunità di guadagno facile, con investimento minimo oltretutto.
Ed ecco allora che gli shabiha escono dall’ombra delle brutte storie minime, di mala vita e di traffici clandestini e fanno il loro debutto su quell’abbacinante palcoscenico che è diventata la Storia quaggiù, in questa regione sul confine di tutto, in quest’anno pieno di primavere vere e presunte, arabe e non.

Gli spettri si sono arruolati, gli shabiha combattono oggi nella guerra che il regime siriano di Bashar el Assad ha dichiarato contro gli illusi che protestano per strada la loro voglia di non restare indietro alle “primavere arabe” altrui; hanno fatto il salto storico, gli spettri, che da piccole cosche di delinquenza organizzata, li ha portati ad essere una speciale forza d’elite di un sistema militare nazionalista che uccide i nemici scegliendoli all’ammasso fra la propria gente, il popolo della propria nazione.
Sono la “legione straniera” più straniera della storia, questi spettri; perchè sono stranieri a tutto ed a tutti – l’unica divisa in cui credono, l’unica che vogliono addosso a sé stessi, é quella pregiata dei mercati internazionali di cambio, quella delle banconote “forti” sottratte ai deboli, ai senza voce in capitolo.

In fondo poi gli shabiha, proprio come i mafiosi di qualsiasi altra parte del mondo, sono degli specialisti quando si tratta d’imporre con la violenza spietata il silenzio e la sottomissione agli inermi; e questo è il primo vantaggio che offrono oggi al regime scatenato nella guerra contro il proprio popolo.
Non soffrono, gli spettri shabiah, di quelle ultime e tardive remore che portano tanti militari siriani a disertare oggi la guerra della Siria contro i Siriani “altri”.

Hanno anche un altro vantaggio, gli spettri: attraversano le frontiere sotto gli occhi di tutti e nessuno li vede, mai; sequestrano ed uccidono con la stessa efficienza –e con la stessa impunità - per le strade siriane di Damasco ed Aleppo, come per quelle libanesi di Tripoli e dell’Akkar.
Sono antagonisti sulla carta, ma sodali nei fatti di tutte le polizie corrotte della regione da tanto tempo, che ormai godono di un’immunità di fatto da parte di tutte le

“forze dell’ordine”, quell’immunità stabilita dalla prassi del lasciar correre sui loro traffici, del chiudere entrambi gli occhi o guardare altrove... per poi poter partecipare agli utili.

Se credere alla libertà e nella pace è considerato un’utopia in tanti, troppi posti, pure avere paura dei fantasmi è considerata una superstizione in tanti posti che si credono “liberi” – liberi anche dalla paura, e dalla superstizione; e liberi dalle guerre, pure.

Fanno paura, gli spettri, quaggiù; e la superstizione non c’entra, non c’entra proprio per nulla... la guerra invece sì, c’entra assolutamente.
Anche quando, proprio come i fantasmi, non si vede.