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Diario dal Mediterraneo - La tratta: l’altra faccia dell’immigrazione

di Gianluca Ferrari - 2 febbraio 2015

 

Esiste una nuova forma di schiavitù, più subdola, invisibile, e più accettata. Già Karl Marx definì gli schiavi “macchine del mondo antico”, e il teorico Eric Williams, nel 1964, indicava “nei profitti della tratta e del lavoro degli schiavi africani la fonte fondamentale e quasi esclusiva del decollo dell’economia capitalista.”
La tratta di esseri umani è l’altra faccia e allo stesso tempo il cuore economico dell’immigrazione clandestina, un fenomeno talmente esteso da rappresentare un vero e proprio mercato che muta e si adatta al gioco della domanda e offerta. L’uomo che diventa merce, svuotato della propria personalità e ridotto a oggetto di mercato.
I criminali internazionali agiscono con un metodo collaudato: reclutamento, trasporto e sfruttamento. Dalla Nigeria, Dalla Romania, Sud America, Cina, Marocco partono la maggior parte dei flussi migratori: in certi casi le vittime vengono rapite per mezzo del ricatto, dell’inganno e della violenza, in altri casi invece, la maggior parte, è il migrante stesso a prestare il consenso ad essere condotto nel paese di destinazione. Il prezzo che si impegna a pagare per il viaggio è però talmente alto da costringere spesso chi parte a cadere nelle mani degli schiavisti, rinunciando alla propria libertà per ripagare il debito.

Ingannati in patria, uomini, donne e bambini partono verso un’Europa idealizzata di lavoro sicuro e diritti garantiti per sfuggire alle condizioni misere che offrono i loro paesi. Si trasformano presto in merce destinata allo sfruttamento sessuale, lavoro forzato nei campi e nelle serre, e al traffico d’organi. La globalizzazione del mercato, rientrante nell’ottica dell’ideologia neoliberista che governa attualmente i principali mercati del pianeta, permette e favorisce la quasi totale mobilità delle merci di scambio, tra le quali quella costituita dagli esseri umani. In questo sistema economico la tratta di persone e, più in generale, il traffico di esseri umani sono perfettamente funzionali e costituiscono una risorsa tra le più importanti per la politica, per le associazioni religiose e cooperative rosse, che speculano sul fenomeno creando un vero e proprio business dell’accoglienza.

Nel 2000 si tiene a Palermo – crocevia del Mediterraneo e meta di destinazione dei flussi – la Conferenza delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, con l’obiettivo di armonizzare le legislazioni degli Stati, al fine di creare una rete di mezzi efficienti, e non in contrasto tra loro, che possano concretamente combattere il fenomeno. La Convenzione e i protocolli addizionali prodotti in quella sede otterranno un numero di firme senza precedenti che li porta a essere considerati ancora oggi “il più grande sforzo di armonizzazione normativa e di promozione della cooperazione giudiziaria mai promosso in precedenza dagli Stati”.

Prima del Protocollo, non esisteva una norma che definisse la fattispecie di “tratta”, distinguendola da quella di “traffico di esseri umani”. Questa la definizione normativa prodotta in quella sede: “Tratta di persone” indica il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite la minaccia o l’uso della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di danaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o servizi forzati, la schiavitù o pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi … Il consenso della vittima della tratta di persone allo sfruttamento di cui [sopra] è irrilevante in uno qualsiasi dei mezzi di cui [sopra] sono stati utilizzati.”

Sono tre gli obiettivi fondamentali che si prefigge il Protocollo: prevenire e combattere la tratta; proteggere e assistere le vittime; promuovere la cooperazione tra gli Stati.

Ma ad oggi, quasi 15 anni dopo, cosa è cambiato? L’Italia è tra i primi paesi di destinazione e di transito delle vittime della tratta, eppure manca ancora di un piano nazionale che raccolga in un database comune i dati delle vittime.