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Diario dal Mediterraneo - Palermo vista attraverso gli occhi di una “straniera”

di Serena Caputo - 29 dicembre 2014

Dopo aver vissuto per due mesi nel capoluogo siciliano, avverto l’esigenza di scrivere della Palermo “diversa” con cui ho avuto la fortuna di confrontarmi.
Diversa rispetto alle narrazioni comunemente fatte di questa città che ne deformano l’immagine, caricaturandola.
Diversa rispetto alle considerazioni stereotipate secondo le quali qui ogni cosa è immutabile e la mentalità della gente mai cambierà.
Diversa rispetto alle parole di denigrazione di certo giornalismo capace di cogliere solo gli aspetti negativi, tralasciando la bellezza straordinaria e l’altissimo valore storico-culturale di un luogo così carismatico.
Perché Palermo non ha niente da invidiare a nessun altro posto d’Italia o del mondo.
Solo che non lo sa.

Palermo è città aperta, sembra che ti accolga tenendo le braccia tese.
Mare e montagna, bellezza estrema e degrado, miseria ma immensa solidarietà.
Sono tutti elementi che ora convivono, ora si alternano sotto un cielo dalle mille contraddizioni. Assecondando questo ritmo schizofrenico pare che i palermitani nutrano un complesso rapporto di amore e odio nei confronti della loro città: ne sono in assoluto i primi promotori e ne tessono ripetutamente le lodi, con la stessa intensità attraverso la quale, un minuto dopo, la demoliscono, esordendo con un Palermo è una città meravigliosa, sono i palermitani che la distruggono.
Come se chi traduce in verbo tale pensiero non fosse comunque palermitano tra tanti, diversi, palermitani.

Palermo al mattino si colora di suoni e profumi coperti, ben presto, dal trambusto del traffico e dal puzzo dello smog. Ma vive e fa vivere intensamente con la frenesia di una metropoli che non perde mai la sua identità, fatta di secoli di storia e di meravigliosi intrecci tra popoli e culture.
In questa parte di mondo si colgono fotografie di tanta umanità.
Nei vicoli del centro storico, in mezzo a porte murate e a vecchi palazzi diroccati riportati alla vita dai figli delle migrazioni di ieri e di oggi.
A Ballarò, dove l’acqua che cola dai banchi del pesce non solo impregna del suo odore inequivocabile le scarpe, ma ti rimane addosso indelebilmente perché il ricordo di quel flusso maleodorante ti riporterà sempre lì.
Nel calpestio vivace dei ragazzini che il sabato pomeriggio si riversano in Piazza Politeama dai quartieri popolari.
Nel caos del fine-settimana, quando la Vucciria è talmente carica di persone da impedire qualsiasi movimento e, mentre sei impantanato tra decine di volti, ti ritrovi a guardare da vicino personaggi cinematografici oramai passati che adesso sbarcano il lunario proponendo insoliti giochi da strada.
Tuttavia scorgi uno dei suoi profili più autentici osservandola da Monte Pellegrino. E da questa postazione privilegiata sembra inaspettatamente calma, docile, silenziosa, immortalata in un quadro senza tempo.

Ma Palermo dall’alto appare come una distesa infinita di cemento.
Un tempo la chiamavano la Conca d’Oro, ora è un susseguirsi di edifici il cui peso sembra opprimere la città. Scendendo da Monreale si fa fatica a credere che sia passato solo qualche decennio da quando una coperta folta di agrumeti si estendeva dolcemente per tutto il perimetro della valle. Si può soltanto immaginare che tipo di panorama ci fosse prima della violenta cementificazione che ha reso la terra sterile. Del resto occorre cogliere con la propria fantasia i profumi di cui poteva essere densa l’aria precedentemente all’urbanizzazione selvaggia a causa della quale è diventata spessa, pesante.

Eppure Palermo conserva un fascino irresistibile.
Anzi, come un’amante capricciosa, prima ti seduce e poi ti abbandona. O, secondo le regole non scritte del corteggiamento, pretende di essere conquistata.
In questo lembo di terra chiamata Sicilia non ti ci fermeresti perché hai trovato sicurezza economica o il lavoro della tua vita. C’è qualcosa di più che ti spingerebbe a rimanere qui, qualcosa che va oltre la genuinità della gente, la bellezza delle coste, lo splendore delle opere artistiche e la bontà del cibo. Qualcosa di sublime e inesplicabile che certamente non si può quantificare.