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Diario dal Mediterraneo - Ramallah, 2 febbraio 2011 (PALESTINA)

Medio Oriente e Nord Africa stanno vivendo un momento storico. Le rivolte in Tunisia e in Egitto, tra scetticismi e entusiasmo, stanno suscitando emozioni contrapposte e, in qualche modo, ridando una speranza ai popoli “oppressi” che iniziano a sentirsi parte di un destino comune.

di Valentina Venditti – Cooperante CISS in Palestina

Medio Oriente e Nord Africa stanno vivendo un momento storico. Le rivolte in Tunisia e in Egitto, tra scetticismi e entusiasmo, stanno suscitando emozioni contrapposte e, in qualche modo, ridando una speranza ai popoli “oppressi” che iniziano a sentirsi parte di un destino comune.

Lo scorso mercoledì siamo andati a mangiare in uno dei tanti localini di Ramallah. E’ un posto molto accogliente, è molto simile ai nostri caffè letterari e si respira politica in ogni angolo. Quella sera il padrone del locale aveva deciso di montare un mega schermo per seguire in diretta la grande manifestazione del Cairo, “layla elkabeere” – la grande notte la chiamava. Tutti i presenti seguivano ogni sviluppo con grande attenzione ed erano in attesa di qualcosa di grande. Appena arrivati noi, il proprietario ha deciso di sintonizzarsi su Al Jazeera English, così da darci l’opportunità di capire cosa stesse avvenendo. Si è poi seduto vicino a noi ed ha iniziato ad analizzare la situazione, i cambiamenti mondiali che avrebbe portato la caduta di Mubarak e il momento storico che stiamo vivendo. “L’Egitto è un paese strategico, stiamo vivendo una rivoluzione” ripeteva. Ci siamo lasciati con la promessa di festeggiare assieme la caduta del regime. Questo entusiasmo non è confinato nei locali di sinistra della Ramallah intellettuale, ma si respira in ogni passo che fai.

Le conversazioni tra la gente sugli autobus riguardano Tunisia ed Egitto, le televisioni sono concentrate su Al Jazeera e i ragazzi mostrano il loro supporto alle popolazioni in rivolta tramite i social network e non solo.

Ieri sera, come ogni sera, il nostro vicino di casa è venuto a salutarci e a bere assieme qualcosa di caldo. Stavolta però ha detto di non avere tempo, perchè era prevista per le 21 una manifestazione, organizzata con uno scambio di sms e messaggi su Facebook, ad Al Manara, la piazza principale di Ramallah, in supporto del popolo egiziano e della loro libertà.

Ci siamo preparati al volo e siamo usciti per unirci a loro. Siamo arrivati qualche minuto dopo le 21, eravamo una trentina inizialmente e ci siamo radunati sul marciapiede che costeggia le strade della piazza. Non è passato molto dall’arrivo degli uomini della sicurezza dell’Autorità Palestinese, tutti in borghese che ci hanno pressochè circondato intimandoci di andarcene perchè non avevamo l’autorizzazione.


“Stiamo tutti comprando una shawarma dal ristorante Abu Ameed” ha scherzato qualcuno, facendo notare che non stavamo bloccando le strade nè intralciando il traffico. Gli uomini della security hanno ribattuto dicendo che non potevamo assembrarci, neanche sul marciapiede e alle proteste, pacifiche, di un dimostrante, è iniziata la repressione. Primo arresto. Hanno portato via il ragazzo tra le grida di tutti i partecipanti. Si è avvicinata altra gente, stavolta con bandiere e cartelli di supporto all Egitto, eravamo qualche centinaia e ci siamo radunati tutti di fronte la centrale di polizia. Sono arrivate camionette con poliziotti semplici e squadre anti sommossa, equipaggiati come se dovessero contrastare una rivolta.

“Siamo qui per supportare i nostri compagni in Egitto”, “gli Egiziani hanno il diritto di decidere il loro futuro”, “rivoluzione fino alla vittoria”. Non sono stati scanditi slogan contro l’autorità’ o “pericolosamente sovversivi”, non c’erano armi nè sassi eppure la repressione è stata brutale. Gli uomini della sicurezza in Borghese erano tra noi, attenti a capire chi fosse il primo a gridare slogan per prenderlo di sorpresa e arrestarlo. Ci hanno spinto a forza lontano dalla stazione di polizia ma abbiamo continuato a manifestare, senza lasciarci intimidire. Ho visto 5-6 persone essere portate via dalla polizia. Ci è stato assicurato che li avrebbero rilasciati presto ma non posso dire se lo abbiano fatto davvero. Molti dei dimostranti cercavano di documentare quello che stava accadendo, ma la security ha strappato loro di mano e requisito tutti i telefoni, le macchine fotografiche e le videocamere. Alla fine, in un’ora e mezzo sono riusciti a far disperdere la manifestazione tra arresti, segnalazioni, manganellate e minacce.

Ci guardavamo in faccia, eravamo tutti non so dire come, avviliti? Disgustati? Amareggiati? Arrabbiati? Si è abituati a fronteggiare questi metodi da parte delle forze di occupazione israeliana, e invece? Un altra vittoria per Israele. Palestinesi contro palestinesi.

Tuttavia, quello che è successo non è nuovo. Lo si è visto durante le manifestazioni per Gaza seguite all’operazione Cast Lead, lo si è visto la scorsa domenica durante una manifestazione pacifica davanti il consolato egiziano, lo si è visto durante la manifestazione in supporto del popolo tunisino. Ma la domanda che ci ha assillato per tutta la sera e ci ha impedito di dormire è: perchè?

Sono tante le risposte che ci siamo dati…quello che è certo è che la PA (Palestinian Authority) vuole agire come uno “stato” pur non avendo controllo sulla terra e sulle proprie risorse, e come uno “stato forte” se si considera che il 30% del bilancio della PA è dedicato all’apparato di sicurezza.

Amira Hass, in un articolo (1) uscito su Hareetz, intervistando il dottor Mamdouh al-Aker (2), cerca di capire come mai l’Autorità Palestinese non supporti le rivoluzioni popolari. Le ragioni individuate da al-Aker sono due: da un lato la PA ha buone relazioni con il presidente Mubarak e dall’altro, nei sistemi non sufficientemente democratici, le manifestazioni di massa sono difficilmente controllabili e possono sfociare in rivolte vere e proprie contro il sistema interno. “E in effetti anche in palestina si possono vedere i semi della rivolta, del cambiamento ma c’è una grande differenza rispetto a Tunisia ed Egitto”, continua al-Aker, “ossia l’occupazione israeliana che deve restare il primo obiettivo. Negli ultimi tempi abbiamo agito come se fossimo dei subappaltatori dell’occupazione, ora dobbiamo ritornare a fare pagare all’occupazione un prezzo, non necessariamente usando le armi. Se fino ad ora i palestinesi erano pronti ad affrontare l’esercito israeliano ma non la polizia palestinese, questa situazione è destinata a cambiare.

I documenti palestinesi rivelati da Al Jazeera hanno dimostrato che Israele non sta cercando un accordo politico giusto. A queste condizioni, i palestinesi hanno bisogno di concentrarsi sulla loro situazione interna, perchè una tempesta di cambiamento sta per arrivare e se la palestina non cambia direzione sarà travolta da essa”.

Voglio concludere ancora con le sue parole e sperare in questo cambiamento:

“Posso sentire i semi del cambiamento. Ci sono manifestazioni nei villaggi, il movimento BDS, il boicottaggio dei prodotti delle colonie, sfidando la PA sul rapporto Goldstone. Quello che sta succedendo in Tunisia ed Egitto accellererà il processo di cambiamento, rivitalizzerà la causa palestinese e la riporterà lì dove appartiene, non ad un governo o ad uno “stato”, ma come movimento di liberazione nazionale”.

 

(1) http://www.haaretz.com/print-edition/features/why-isn-t-the-pa-supporting-the-egypt-uprising-1.340966

(2) commissario generale per la Commissione palestinese indipendente per I diritti umani, una organizzazione formata nel 1993 con un decreto di Yasser Arafat.

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